venerdì 18 maggio 2012
Il cardinale Puljic: Giovanni Paolo II fu come un padre
(fri) Una persona preparata, fedele alla Chiesa, pragmatica, già inserito nella lista dei papabili successori di Giovanni Paolo II e di cui si sentirà parlare quando si tratterà di designare il successore di Benedetto XVI. Il cardinale Vinko Puljic - 67 anni il prossimo 8 settembre - riceve cordiale e sorridente al primo piano del vescovado nel centro storico di Sarajevo, a pochi metri dalla lapide che ricorda il sacrificio dei giornalisti durante l'assedio della città. Un'altra lapide, all'ingresso del vescovado, ricorda la visita di Giovanni Paolo II nel 1997, un anno dopo la conclusione della guerra fratricida. E' la seconda volta che una delegazione piacentina si reca in udienza dal primate della Chiesa Cattolica in Bosnia-Herzegovina. La prima due anni fa, 15° anniversario del genocidio di Srebrenica. Oggi un insegnante di religione, un ingegnere bosniaco da 20 anni a Piacenza, un'insegnante d'italiano per stranieri e tre giornalisti di Libertà e Telelibertà hanno il compito di portare la lettera d'invito che il parroco di Sant'Antonino, don Giuseppe Basini, di concerto con il vescovo Gianni Ambrosio, ha scritto al cardinale in vista delle prossime celebrazioni Antoniniane. Non guasta neppure una confezione di Gutturnio dei colli piacentini che il cardinale gradisce molto e che ricambia con la pubblicazione in italiano del volumetto "Le martiri della Drina" (cinque suore assassinate nel 1941 dai cetnici). Quaranta minuti di udienza davanti ad acqua, the e succo di lamponi che qui in Bosnia è quasi una bevanda nazionale. Il cardinale ricorda con commozione la figura di Giovanni Paolo II che a Sarajevo volle fortissimamente andare durante l'assedio anche se dovette tuttavia attendere la fine della guerra. «Il beato Giovanni Paolo II non solo aveva interesse per noi - conferma il cardinale Puljic - ma conosceva e seguiva da molto vicino la situazione della Bosnia Herzegovina. Era un padre per tutti coloro che soffrivano». Diversa la figura di Benedetto XVI: «Non segue molto la Bosnia-Herzegovina ma conosce ed ha interesse verso i nostri problemi e specialmente negli ultimi tempi ci incoraggia e si tiene in contatto con noi attraverso la nunziatura apostolica. Sentiamo il suo conforto e la sua vicinanza». In ripresa le vocazioni: «Durante il comunismo, in Bosnia Herzegovina, le nostre famiglie erano la prima scuola della fede, prima anche dei seminari - evidenzia l'arcivescovo -. Dopo la guerra è rimasta questa mentalità dove il primo passo per la vocazione è la famiglia. Oggi il vero problema è che diminuiscono le famiglie».
«Oggi abbiamo nel seminario maggiore 35 seminaristi e altrettanti nel seminario minore - fa una rapida radiografia della Chiesa del suo Paese -. I cattolici in tutta la Bosnia-Herzegovina erano 820mila prima della guerra, oggi siamo rimasti in 446mila. A Sarajevo prima della guerra c'erano 528mila cattolici, oggi siamo meno di 200mila. In questo momento abbiamo 221 sacerdoti diocesani (con 20 ammalati e 45 che lavorano in Europa con i profughi). Infine ci sono i francescani che hanno il seminario minore e il seminario maggiore».
05/05/2012 Libertà
giovedì 17 maggio 2012
Il cardinale Puljic: prego per una pace giusta per la Bosnia
"Vengo volentieri a Piacenza, celebrerò con voi e pregherò il vostro patrono Sant'Antonino, il giorno prima di festeggiare a Sarajevo Cirillo e Metodio, patroni dei popoli slavi e copatroni d'Europa». In questo intreccio di memoria, esempio e santità, il cardinale Vinko Puljic conferma la sua presenza a Piacenza, invitato dal vescovo Gianni Ambrosio e dal parroco di Sant'Antonino, don Giuseppe Basini, in occasione delle celebrazioni per il santo patrono della diocesi di Piacenza-Bobbio. Lo fa ricevendo una delegazione piacentina recatasi nella capitale Sarajevo e nella città di Jajce la scorsa settimana. L'arcivescovo parlerà alla gente ai Teatini la sera del 3 luglio, intervistato dal direttore di Libertà, Gaetano Rizzuto, e presiederà la solenne celebrazione nella basilica patronale il giorno successivo. Verrà a portare la sua testimonianza di vescovo da un Paese in cui esattamente 20 anni fa iniziava una guerra fratricida e che oggi tenta, con grandi difficoltà, di rialzare la testa.
«Dopo la guerra c'è stato da rinnovare tante case - dice Puljic nel suo italiano imparato da Radio Vaticana - e così è stato fatto, con una ristrutturazione molto più veloce della ristrutturazione dei cuori». Sorride il cardinale, sorride sempre perchè chi ha vissuto cinque anni sotto assedio o sdrammatizza o ci muore. «E' molto importante creare un clima di fiducia, di tolleranza, di perdono e noi capi religiosi lo stiamo facendo e lo faremo anche a settembre nel convegno della Comunità di Sant'Egidio; porteremo a Sarajevo lo spirito di Assisi». «Ma è difficile - ammette - perchè la politica sempre prende una strada diversa. Una politica che è in mano ai musulmani. Noi capi religiosi, compresi quelli musulmani, vogliamo invece creare un nuovo clima, mostrare Sarajevo come capitale per tutti; siano diversi a livello culturale e religioso, ma vogliamo creare una città in cui ognuno ha una sua casa».
La guerra ha dunque terminato il fuoco ma oggi continua con le parole. «Questo è vero - annuisce il porporato -. La guerra è finita ma non si è costruita una pace giusta. L'accordo di Dayton divide la Bosnia-Herzegovina in due parti, di cui una è serba, come una sorta di stato nello stato. Alcuni non possono ritornare in questa zona che si chiama Repubblica Srpska. L'altra parte è quella della Federazione, dove vivono insieme musulmani e cattolici, croati e bosniaci. Una zona a maggioranza musulmana in cui non è facile creare diritti uguali per tutti. La comunità locale gioca sempre a trovare un primo che comandi sugli altri. Ma anche la comunità internazionale sta al gioco. Non aiuta a creare una pace giusta, una pace vera e una prospettiva per vivere in questo paese». «Specialmente i giovani non hanno prospettiva, tanti sono senza lavoro - prosegue il cardinale -. Si stima che il 43 per cento dei giovani non abbia un'occupazione fissa ed io sono stupito di come questo popolo senza lavoro possa sopravvivere in Bosnia Herzegovina. Penso però che sarebbe più facile e veloce creare una pace giusta proprio lavorando insieme, creando una società in cui ognuno per il proprio lavoro riceve il medesimo premio e con questo può aiutare la propria famiglia. Questo è il primo passo per creare un clima di fiducia, di tolleranza e di convivenza insieme in questo paese». La comunità internazionale è stata sempre presente, ma a suo modo. «Non posso dire tutto quello che so - sorride sempre il cardinale -. Sono molto triste quando penso che tanti e tanti soldi sono arrivati in Bosnia-Herzegovina ma pochi si sono usati per investire. Molti si sono persi per strada. Io so tante cose ma non le posso dire. America e Europa hanno annunciato l'invio dei fondi ma io non ho visto dove sono andati a finire. L'Europa entra molto lentamente in questo paese. Ma prima di tutto dovrebbe entrare con i suoi principi democratici, portare investimenti per dare speranza e prospettiva a questo popolo, perchè rimanga e rinnovi questo Paese come stato democratico e come stato europeo».
Nel 2012 si ricorda il ventesimo anniversario dell'inizio dell'assedio di Sarajevo.
«Non parlo volentieri di questo perchè durante la notte spesso me lo sogno» dice il cardinale che poi però non si sottrae alle domande e non lesina le risposte. «Ho ricevuto questa arcidiocesi nel 1991 - inizia -. Il beato Giovanni Paolo II ha consacrato me come arcivescovo il 6 gennaio di quell'anno. Sono entrato a Sarajevo e sognavo un futuro bello e di speranza perchè arrivavo dopo il comunismo, con la democrazia, avevo in mente tanti progetti. Ma subito tutto è svanito perchè proprio nel ‘91 è scoppiata la guerra».
«Durante il conflitto sono stato sempre a Sarajevo e in Bosnia Herzegovina - ci tiene a sottolineare -, ho girato tante volte in modo segreto perchè era molto pericoloso, lo ho fatto per dare coraggio ai miei sacerdoti e al mio popolo. Anche in questa città io ero quasi l'unico capo religioso rimasto, perchè tutti erano andati via. Ogni volta che parlavo pubblicamente contro la guerra, subito ricevevo qualche granata sul vescovado». Un aneddoto raccontato con il sorriso di chi l'ha scampata bella: «Una volta un mio sacerdote mi disse: arcivescovo... parla, parla, rimarrai senza testa, non solo senza casa. Era molto pericoloso parlare pubblicamente di verità e giustizia. Grazie a Dio sono rimasto vivo e sono sopravvissuto in modo quasi normale. Perchè non è facile sentire migliaia di granate sulla testa e rimanere normali».
«Mi si chiede che testimonianza può dare oggi la chiesa cattolica qui a Sarajevo? Durante la guerra - risponde il cardinale - un giornalista mi disse: l'unica cosa che funziona qui è la chiesa cattolica. I miei sacerdoti non sono stati santi ma coraggiosi, hanno testimoniato una speranza, hanno dato il coraggio per sopravvivere. Durante la guerra hanno aiutato tutti a livello non solo spirituale. Dopo la guerra, tanti sono ritornati e hanno cominciato a ricostruire tutto quello che era stato distrutto, ovvero quasi il 60 per cento della mia arcidiocesi».
Il cardinale Puljic è molto devoto a al beato Giovanni Paolo II che fortemente volle andare a Sarajevo durante l'assedio e che definì la capitale bosniaca la "Gerusalemme d'Europa". «La Gerusalemme d'Europa in realtà è da ricreare - ammette il porporato -. A settembre avremo il convegno con la San Egidio per costruire un clima positivo per la pace, la convivenza e la tolleranza. Siamo diversi, ma grazie a Dio non è peccato. Bisogna creare un clima per rispettare e collaborare, oggi la politica manipola la religione e questo è molto grave».
Qui a Sarajevo convivono minareti, campanili cattolici e ortodossi, sinagoghe: «Ogni gruppo vuole dare una testimonianza di presenza. Ogni moschea, ogni chiesa significa la nostra identità, chi siamo. I nostri profughi, quando tornano, prima di tutto vogliono ricostruire la chiesa, perchè la chiesa significa esistere per cattolici, ortodossi, la moschea per i musulmani. Il problema è che di fronte a tante moschee che crescono come funghi, io qui a Sarajevo da 13 anni aspetto il permesso per costruire una chiesa. Con la gente in strada non c'è problema. La gente ha simpatia per la chiesa cattolica; ortodossi, musulmani, ebrei ascoltano la nostra parola».
Federico Frighi
05/05/2012 Libertà
«Dopo la guerra c'è stato da rinnovare tante case - dice Puljic nel suo italiano imparato da Radio Vaticana - e così è stato fatto, con una ristrutturazione molto più veloce della ristrutturazione dei cuori». Sorride il cardinale, sorride sempre perchè chi ha vissuto cinque anni sotto assedio o sdrammatizza o ci muore. «E' molto importante creare un clima di fiducia, di tolleranza, di perdono e noi capi religiosi lo stiamo facendo e lo faremo anche a settembre nel convegno della Comunità di Sant'Egidio; porteremo a Sarajevo lo spirito di Assisi». «Ma è difficile - ammette - perchè la politica sempre prende una strada diversa. Una politica che è in mano ai musulmani. Noi capi religiosi, compresi quelli musulmani, vogliamo invece creare un nuovo clima, mostrare Sarajevo come capitale per tutti; siano diversi a livello culturale e religioso, ma vogliamo creare una città in cui ognuno ha una sua casa».
La guerra ha dunque terminato il fuoco ma oggi continua con le parole. «Questo è vero - annuisce il porporato -. La guerra è finita ma non si è costruita una pace giusta. L'accordo di Dayton divide la Bosnia-Herzegovina in due parti, di cui una è serba, come una sorta di stato nello stato. Alcuni non possono ritornare in questa zona che si chiama Repubblica Srpska. L'altra parte è quella della Federazione, dove vivono insieme musulmani e cattolici, croati e bosniaci. Una zona a maggioranza musulmana in cui non è facile creare diritti uguali per tutti. La comunità locale gioca sempre a trovare un primo che comandi sugli altri. Ma anche la comunità internazionale sta al gioco. Non aiuta a creare una pace giusta, una pace vera e una prospettiva per vivere in questo paese». «Specialmente i giovani non hanno prospettiva, tanti sono senza lavoro - prosegue il cardinale -. Si stima che il 43 per cento dei giovani non abbia un'occupazione fissa ed io sono stupito di come questo popolo senza lavoro possa sopravvivere in Bosnia Herzegovina. Penso però che sarebbe più facile e veloce creare una pace giusta proprio lavorando insieme, creando una società in cui ognuno per il proprio lavoro riceve il medesimo premio e con questo può aiutare la propria famiglia. Questo è il primo passo per creare un clima di fiducia, di tolleranza e di convivenza insieme in questo paese». La comunità internazionale è stata sempre presente, ma a suo modo. «Non posso dire tutto quello che so - sorride sempre il cardinale -. Sono molto triste quando penso che tanti e tanti soldi sono arrivati in Bosnia-Herzegovina ma pochi si sono usati per investire. Molti si sono persi per strada. Io so tante cose ma non le posso dire. America e Europa hanno annunciato l'invio dei fondi ma io non ho visto dove sono andati a finire. L'Europa entra molto lentamente in questo paese. Ma prima di tutto dovrebbe entrare con i suoi principi democratici, portare investimenti per dare speranza e prospettiva a questo popolo, perchè rimanga e rinnovi questo Paese come stato democratico e come stato europeo».
Nel 2012 si ricorda il ventesimo anniversario dell'inizio dell'assedio di Sarajevo.
«Non parlo volentieri di questo perchè durante la notte spesso me lo sogno» dice il cardinale che poi però non si sottrae alle domande e non lesina le risposte. «Ho ricevuto questa arcidiocesi nel 1991 - inizia -. Il beato Giovanni Paolo II ha consacrato me come arcivescovo il 6 gennaio di quell'anno. Sono entrato a Sarajevo e sognavo un futuro bello e di speranza perchè arrivavo dopo il comunismo, con la democrazia, avevo in mente tanti progetti. Ma subito tutto è svanito perchè proprio nel ‘91 è scoppiata la guerra».
«Durante il conflitto sono stato sempre a Sarajevo e in Bosnia Herzegovina - ci tiene a sottolineare -, ho girato tante volte in modo segreto perchè era molto pericoloso, lo ho fatto per dare coraggio ai miei sacerdoti e al mio popolo. Anche in questa città io ero quasi l'unico capo religioso rimasto, perchè tutti erano andati via. Ogni volta che parlavo pubblicamente contro la guerra, subito ricevevo qualche granata sul vescovado». Un aneddoto raccontato con il sorriso di chi l'ha scampata bella: «Una volta un mio sacerdote mi disse: arcivescovo... parla, parla, rimarrai senza testa, non solo senza casa. Era molto pericoloso parlare pubblicamente di verità e giustizia. Grazie a Dio sono rimasto vivo e sono sopravvissuto in modo quasi normale. Perchè non è facile sentire migliaia di granate sulla testa e rimanere normali».
«Mi si chiede che testimonianza può dare oggi la chiesa cattolica qui a Sarajevo? Durante la guerra - risponde il cardinale - un giornalista mi disse: l'unica cosa che funziona qui è la chiesa cattolica. I miei sacerdoti non sono stati santi ma coraggiosi, hanno testimoniato una speranza, hanno dato il coraggio per sopravvivere. Durante la guerra hanno aiutato tutti a livello non solo spirituale. Dopo la guerra, tanti sono ritornati e hanno cominciato a ricostruire tutto quello che era stato distrutto, ovvero quasi il 60 per cento della mia arcidiocesi».
Il cardinale Puljic è molto devoto a al beato Giovanni Paolo II che fortemente volle andare a Sarajevo durante l'assedio e che definì la capitale bosniaca la "Gerusalemme d'Europa". «La Gerusalemme d'Europa in realtà è da ricreare - ammette il porporato -. A settembre avremo il convegno con la San Egidio per costruire un clima positivo per la pace, la convivenza e la tolleranza. Siamo diversi, ma grazie a Dio non è peccato. Bisogna creare un clima per rispettare e collaborare, oggi la politica manipola la religione e questo è molto grave».
Qui a Sarajevo convivono minareti, campanili cattolici e ortodossi, sinagoghe: «Ogni gruppo vuole dare una testimonianza di presenza. Ogni moschea, ogni chiesa significa la nostra identità, chi siamo. I nostri profughi, quando tornano, prima di tutto vogliono ricostruire la chiesa, perchè la chiesa significa esistere per cattolici, ortodossi, la moschea per i musulmani. Il problema è che di fronte a tante moschee che crescono come funghi, io qui a Sarajevo da 13 anni aspetto il permesso per costruire una chiesa. Con la gente in strada non c'è problema. La gente ha simpatia per la chiesa cattolica; ortodossi, musulmani, ebrei ascoltano la nostra parola».
Federico Frighi
05/05/2012 Libertà
Argomenti
Puljic
martedì 8 maggio 2012
Don Sciortino: la politica torni a pensare al bene comune
Una barca alla deriva con timonieri in grado di conoscere solo la rotta più prossima, senza sapere dove punterà la nave. E' questa, se non si interviene subito, l'Italia secondo don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, ieri ospite alla Cattolica per il convegno "Educare i giovani alla giustizia e alla pace, le responsabilità di cittadini, media e istituzioni". Il convegno, organizzato dall'Università Cattolica del Sacro Cuore con il contributo dello Studio Commercialista Giuseppe Avella, è stato introdotto dal direttore di sede Mauro Balordi e dalla professoressa Claudia Mazzucato (docente di diritto penale).
Giovani sotto la lente dunque, quei giovani che oggi non sembrano al centro delle politiche italiane. «Nessuno sta programmando questo Paese - evidenzia don Sciortino -, presto lo capiremo. Noi parliamo tanto di giovani, questo Paese non investe sulle nuove generazioni. Perché negli altri stati a 40 anni si può governare e qui no? Dobbiamo cominciare a svecchiare l'Italia che si sta suicidando dal punto di vista demografico. Chi governa al massimo vede sino al 2013, non oltre. Ed abbiamo due milioni di giovani che non studiano nè lavorano». «Ci sono giovani che qui non cercano più il futuro - prosegue don Sciortino -. Si va all'estero e questo non fa problema per i governanti». Correlato è il sostegno alla famiglia: «La famiglia oggi non ha politiche che la sostengano. Spacciamo i bonus per aiuti ma non hanno nulla a che fa con una politica strutturale». «Il Papa chiama in causa le istituzioni e gli operatori della politica - sottolinea il direttore - ma oggi non c'è più il servizio al bene comune, quello inteso da Paolo VI. Noi qui insegnamo come arginare le leggi non come rispettarle. Ciò che ci deve preoccupare non é la crisi economica ma la crisi etica in cui siamo caduti».
«Dobbiamo educare i nostri giovani alla mondialità - esorta don Sciortino -, educare i giovani a considerare il mondo come un'unica famiglia umana. Quando parliamo di pace non possiamo non parlare di giustizia. Occorre una maggiore equità a livello mondiale».
Ancora: «Il nostro Paese sta ripetendo la disparità tra ricchi e poveri dei paesi del terzo mondo». Don Sciortino vede un'Italia arcobaleno: «Non c'è nessuna paura a far nascere moschee accanto alle chiese. Ma la vera religione non può che essere per la pace e per il dialogo. In questo modo si può crescere e le religioni hanno un ruolo determinante nella pacifica convivenza. Mi parlano del principio di reciprocità. Bisogna battersi perché oggi i cristiani nel mondo non vengano perseguitati, ma occorre battersi per la libertà religiosa di tutti. Nessuno può rinunciare alle proprie radici e il cammino dell'integrazione é la conoscenza e il rispetto reciproco».
D'altro canto Bendetto XVI, come sottolinea don Sciortino, affronta il fenomeno migratorio a partire dal concetto di persona: «Se ci battiamo per la vita di Eluana ci dobbiamo battere per la vita dell'ultimo straniero che arriva in Italia. Questo bisogna dirlo. Ci sarebbe bisogno che la Chiesa parlasse di più, non bisogna avere nessuna remora... altrimenti il silenzio é sospetto»
«Se vogliamo insegnare ai giovani dobbiamo renderli protagonisti responsabili del nostro tempo - evidenzia Flavio Lotti, Direttore del Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani -. Quando noi invochiamo il principio di responsabilità, é importante che si capisca che cosa si può fare in prima persona e che cosa si deve fare insieme. Nelle nostre città le tante culture presenti sono importanti per costruire pace e giustizia. Non c'è solo l'inquinamento da combattere ma anche la possibilità di costruire un pezzetto della pace e della giustizia nel mondo». Al termine dell'incontro è stata assegnata alla piacentina Silvia Corradi la borsa di studio "Giuseppe Avella".
Federico Frighi
04/05/2012 Libertà
Giovani sotto la lente dunque, quei giovani che oggi non sembrano al centro delle politiche italiane. «Nessuno sta programmando questo Paese - evidenzia don Sciortino -, presto lo capiremo. Noi parliamo tanto di giovani, questo Paese non investe sulle nuove generazioni. Perché negli altri stati a 40 anni si può governare e qui no? Dobbiamo cominciare a svecchiare l'Italia che si sta suicidando dal punto di vista demografico. Chi governa al massimo vede sino al 2013, non oltre. Ed abbiamo due milioni di giovani che non studiano nè lavorano». «Ci sono giovani che qui non cercano più il futuro - prosegue don Sciortino -. Si va all'estero e questo non fa problema per i governanti». Correlato è il sostegno alla famiglia: «La famiglia oggi non ha politiche che la sostengano. Spacciamo i bonus per aiuti ma non hanno nulla a che fa con una politica strutturale». «Il Papa chiama in causa le istituzioni e gli operatori della politica - sottolinea il direttore - ma oggi non c'è più il servizio al bene comune, quello inteso da Paolo VI. Noi qui insegnamo come arginare le leggi non come rispettarle. Ciò che ci deve preoccupare non é la crisi economica ma la crisi etica in cui siamo caduti».
«Dobbiamo educare i nostri giovani alla mondialità - esorta don Sciortino -, educare i giovani a considerare il mondo come un'unica famiglia umana. Quando parliamo di pace non possiamo non parlare di giustizia. Occorre una maggiore equità a livello mondiale».
Ancora: «Il nostro Paese sta ripetendo la disparità tra ricchi e poveri dei paesi del terzo mondo». Don Sciortino vede un'Italia arcobaleno: «Non c'è nessuna paura a far nascere moschee accanto alle chiese. Ma la vera religione non può che essere per la pace e per il dialogo. In questo modo si può crescere e le religioni hanno un ruolo determinante nella pacifica convivenza. Mi parlano del principio di reciprocità. Bisogna battersi perché oggi i cristiani nel mondo non vengano perseguitati, ma occorre battersi per la libertà religiosa di tutti. Nessuno può rinunciare alle proprie radici e il cammino dell'integrazione é la conoscenza e il rispetto reciproco».
D'altro canto Bendetto XVI, come sottolinea don Sciortino, affronta il fenomeno migratorio a partire dal concetto di persona: «Se ci battiamo per la vita di Eluana ci dobbiamo battere per la vita dell'ultimo straniero che arriva in Italia. Questo bisogna dirlo. Ci sarebbe bisogno che la Chiesa parlasse di più, non bisogna avere nessuna remora... altrimenti il silenzio é sospetto»
«Se vogliamo insegnare ai giovani dobbiamo renderli protagonisti responsabili del nostro tempo - evidenzia Flavio Lotti, Direttore del Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani -. Quando noi invochiamo il principio di responsabilità, é importante che si capisca che cosa si può fare in prima persona e che cosa si deve fare insieme. Nelle nostre città le tante culture presenti sono importanti per costruire pace e giustizia. Non c'è solo l'inquinamento da combattere ma anche la possibilità di costruire un pezzetto della pace e della giustizia nel mondo». Al termine dell'incontro è stata assegnata alla piacentina Silvia Corradi la borsa di studio "Giuseppe Avella".
Federico Frighi
04/05/2012 Libertà
Argomenti
don Antonio Sciortino
domenica 29 aprile 2012
Preti e Facebook, cosa buona e giusta
«Se fosse qualche cosa di negativo non mi sarei iscritto, certo va usato in modo intelligente e così può essere un'opportunità». Anche la Chiesa piacentina sdogana Facebook che, da trappola virtuale, diventa uno strumento per mantenere le relazioni sociali e anche per evangelizzare. A pensarla così è il vicario generale della diocesi di Piacenza-Bobbio, monsignor Giuseppe Illica, uno dei 26 sacerdoti diocesani con un profilo su Facebook. Una percentuale bassa se confrontata con il 20 per cento della ricerca di Cattolica e Università di Perugia (di cui parliamo nell'articolo sotto). Il dato piacentino, tuttavia, tiene solo parzialmente conto dei religiosi e delle religiose che in diocesi hanno invece numeri di rilievo, soprattutto tra Scalabriniani, Vincenziani e Scalabriniane. «Mi dà la possibilità di mantenermi in contatto con gli amici brasiliani conosciuti durante i miei anni di missione - continua il vicario generale -. Poi penso che sia bello fare gli auguri di compleanno ad una persona oppure leggere tutte le settimane un pensiero sulle letture domenicali postato da un amico prete». L'evangelizzazione, insomma, passa anche per il web. Ne sanno qualche cosa don Stefano Segalini, vice parroco di San Giuseppe Operaio, e don Celso Dosi, segretario del vescovo, che spesso e volentieri postano su Facebook pillole delle Sacre Scritture o preghiere particolari. C'è chi su Facebook è punto di riferimento di talmente tanti amici da risultare parroco, oltre che di una chiesa di mattoni e gente in carne ed ossa, anche di una parrocchia virtuale. Si veda, ad esempio, il caso di don Federico Tagliaferri, parroco del Preziosissimo Sangue: sono oltre 1.500 le sue "pecorelle virtuali". O chi mantiene i rapporti con la gente della sua vecchia parrocchia, come don Piero Lezoli, oggi a Vigolzone dopo tanti anni trascorsi in Val Taro. Quasi tutti postano le foto dei campi estivi o dei grest. E c'è chi non nasconde i propri interessi, come don Franco Sagliani (69 anni) che dice di essere appassionato di rock'n'roll. Una dimostrazione che la rete non è solo cosa da giovani. Forse il più anziano utilizzatore del web, tra le tonache piacentine, è monsignor Giovanni Vincini (74 anni) parroco di Fiorenzuola, seguito a ruota da monsignor Gian Piero Franceschini (73), parroco di San Savino, che con il social network mantiene i rapporti con i missionari piacentini. Se si eccettua, naturalmente, il cardinale Ersilio Tonini che, a quasi 98 anni, nei giorni scorsi ha aperto un profilo personale (almeno pare sia lui). Su Facebook anche la pagina pubblica del vescovo Gianni Ambrosio così come quella del vescovo Luciano Monari. Tra i seminaristi del Collegio Alberoni, don Alessandro Mazzoni che a giugno diventerà prete diocesano. Capitolo religiosi e religiose. Hanno un profilo Facebook, tra gli altri, padre Secondo Ballati, rettore e guardiano di Santa Maria di Campagna, suor Lina Guzzo, provinciale delle Scalabriniane, suor Rosa Cassinari, missionaria in Albania con le Figlie del Sacro Cuore di Gesù.
Federico Frighi
10/04/2012 Libertà
Federico Frighi
10/04/2012 Libertà
Argomenti
clero
Santi e lotterie non vanno d'accordo
Santi e lotterie non vanno d'accordo, soprattutto se di mezzo c'è il patrono, Sant'Antonino. Così gli organizzatori della 10ª Lotteria del Cuore hanno fatto un passo indietro: annullata la presentazione di questa mattina con il nuovo logo e bloccata la stampa dei biglietti. La lotteria pro Unicef con estrazione dei premi il prossimo 4 luglio non si chiamerà più Lotteria di Sant'Antonino, come previsto nella presentazione di questa mattina, ma conserverà il proprio nome originario.
La scelta di evocare il santo patrono su una lotteria, pur benefica, ha infatti dato origine a perplessità negli ambienti ecclesiastici piacentini che solo ieri mattina, a 24 ore dalla presentazione dell'iniziativa, hanno appreso la notizia. Una serie di telefonate e uno scambio di mail poi il parroco della basilica, don Giuseppe Basini, spiega in prima persona a Pietro Perotti, uno degli organizzatori della Scuola di Polizia, le perplessità nate con la nuova denominazione. «Pur apprezzando l'iniziativa con finalità oltretutto benefiche più che scontate - evidenzia il parroco - legare il nome del santo patrono ad una lotteria ci sembra che non aiuti a percepire la strada che abbiamo scelto di percorrere in questi ultimi anni: ovvero riportare l'attenzione della comunità cattolica piacentina su Sant'Antonino, riproponendo la sua figura all'interno di un percorso di carattere devozionale, formativo e culturale». Va bene la fiera, ma legare il nome del santo ad una lotteria sembra dunque inopportuno. In diocesi ci sono stati altri casi del genere ma con radici che affondano nella tradizione. Qui invece si trattava di creare qualche cosa ex novo. Da qui la riflessione del parroco della basilica che è stata prontamente raccolta dagli organizzatori; i quali, non solo hanno messo in evidenza la loro buona fede, ma in spirito di collaborazione hanno deciso di fare un passo indietro.
«E' stata una scelta fatta in assoluta buona fede quella di ricorrere al patrono della città di Piacenza per rendere ancor più importante e significativa questa lotteria a favore dell'Unicef che accompagna la Placentia Marathon per il suo decimo anno conscutivo» spiega Perotti. Il nome del santo era finito su ogni biglietto e il manifesto pubblicitario riportava sullo sfondo la sagoma della basilica patronale. «Non volevamo appropriarci della figura di Sant'Antonino - continua Perotti - e devo dire che ci era anche venuto uno scrupolo all'ultimo momento, tanto che abbiamo contattato il nostro cappellano, quello della Polizia di Stato, ma alla fine avevamo deciso di tenere il nome del santo. Ora torniamo alla nostra denominazione originaria».
Federico Frighi
19/04/2012 Libertà
La scelta di evocare il santo patrono su una lotteria, pur benefica, ha infatti dato origine a perplessità negli ambienti ecclesiastici piacentini che solo ieri mattina, a 24 ore dalla presentazione dell'iniziativa, hanno appreso la notizia. Una serie di telefonate e uno scambio di mail poi il parroco della basilica, don Giuseppe Basini, spiega in prima persona a Pietro Perotti, uno degli organizzatori della Scuola di Polizia, le perplessità nate con la nuova denominazione. «Pur apprezzando l'iniziativa con finalità oltretutto benefiche più che scontate - evidenzia il parroco - legare il nome del santo patrono ad una lotteria ci sembra che non aiuti a percepire la strada che abbiamo scelto di percorrere in questi ultimi anni: ovvero riportare l'attenzione della comunità cattolica piacentina su Sant'Antonino, riproponendo la sua figura all'interno di un percorso di carattere devozionale, formativo e culturale». Va bene la fiera, ma legare il nome del santo ad una lotteria sembra dunque inopportuno. In diocesi ci sono stati altri casi del genere ma con radici che affondano nella tradizione. Qui invece si trattava di creare qualche cosa ex novo. Da qui la riflessione del parroco della basilica che è stata prontamente raccolta dagli organizzatori; i quali, non solo hanno messo in evidenza la loro buona fede, ma in spirito di collaborazione hanno deciso di fare un passo indietro.
«E' stata una scelta fatta in assoluta buona fede quella di ricorrere al patrono della città di Piacenza per rendere ancor più importante e significativa questa lotteria a favore dell'Unicef che accompagna la Placentia Marathon per il suo decimo anno conscutivo» spiega Perotti. Il nome del santo era finito su ogni biglietto e il manifesto pubblicitario riportava sullo sfondo la sagoma della basilica patronale. «Non volevamo appropriarci della figura di Sant'Antonino - continua Perotti - e devo dire che ci era anche venuto uno scrupolo all'ultimo momento, tanto che abbiamo contattato il nostro cappellano, quello della Polizia di Stato, ma alla fine avevamo deciso di tenere il nome del santo. Ora torniamo alla nostra denominazione originaria».
Federico Frighi
19/04/2012 Libertà
Argomenti
Sant'Antonino
sabato 7 aprile 2012
Ambrosio: nei preti si veda lo sguardo di Dio
"Chi vede Lui, vede il Padre e scopre se stesso, la sua identità, la sua missione. Più è fisso il nostro sguardo su di Lui, più diventiamo consapevoli di una verità consolante: siamo preceduti dallo sguardo di Cristo, i suoi occhi sono fissi su di noi, su ciascuno di noi e su tutti noi uniti nello stesso presbiterio". Lo ha detto il vescovo Gianni Ambrosio durante la messa crismale del Giovedì Santo al clero riunito nella cattedrale di Piacenza. "Questa reciprocità dello sguardo è vitale per noi: non è solo all’origine della nostra vocazione e missione di pastori chiamati a seguire l’unico vero pastore, ma è la condizione per continuare nella gioia ad essere ministri ordinati di Cristo sacerdote, è la garanzia di poter essere un presbiterio che vive in unità per il bene del popolo di Dio che gli è stato affidato".
Argomenti
Gianni Ambrosio
venerdì 6 aprile 2012
L'arcivescovo di Sarajevo a Piacenza per Sant'Antonino
Sarà l'arcivescovo di Sarajevo, il cardinale Vinko Puljic, il testimone di pace e di dialogo invitato dalla parrocchia di Sant'Antonino per le celebrazioni del santo patrono il prossimo 4 luglio. Da qualche anno a questa parte, il giorno della festa viene preceduto dalle cosiddette Celebrazioni Antoniniane, occasione di riflessione per la città sul valore della cittadinanza e dell'essere cittadini. Dopo gli inviti a Piacenza a Ernesto Olivero, ai vescovi Luciano Monari, Piero Marini, Luigi Bettazzi, al cardinale Ersilio Tonini, solo per citare alcuni testimoni, quest'anno la scelta è caduta sull'arcivescovo di Sarajevo, il cardinale Vinko Puljic.
«Quest'anno cade il 20esimo anniversario della guerra che ha sconvolto l'ex Jugoslavia - spiega don Giuseppe Basini, parroco di Sant'Antonino - con l'assedio di Sarajevo, il più lungo e forse più sanguinoso della storia moderna. Il cardinale Puljic ha vissuto direttamente questa realtà di violenza ed è diventato punto di riferimento per i cattolici di Bosnia-Erzegovina, stimato da musulmani, ortodossi ed ebrei sul territorio di Sarajevo. Da allora è un testimone di pace e di dialogo, nonostante la comunità cattolica di Sarajevo viva oggi in una condizione di minoranza e discriminazione». «Il cardinale Puljic viene a Piacenza proprio per chiedere che l'Europa non si dimentichi di questa terra (la Bosnia-Erzegovina con la città di Sarajevo) che può diventare anche per altri paesi del rispetto delle differenze e delle minoranze, tema quanto mai attuale in questi giorni». Importante sottolineare come la venuta a Piacenza del cardinale Puljic sia resa possibile anche grazie all'interessamento della comunità bosniaca piacentina, tra l'altro, in maggioranza musulmana; in particolare dal coordinatore della Diaspora bosniaca in Italia e presidente di "BiH Oltre i confini", il piacentino Medaga Hodzic. Il cardinale Vinko Puljic parlerà ai piacentini martedì 3 luglio alle ore 21 nella Sala dei Teatini intervistato dal direttore di Libertà, Gaetano Rizzuto. Il giorno successivo presiederà la solenne celebrazione patronale con il vescovo Gianni Ambrosio.
Recentemente, in occasione del 20° anniversario dell'inizio del tragico assedio alla città di Sarajevo, la diocesi di Terni-Narni ha assegnato al cardinale il prestigioso premio annuale di San Valentino per il suo costante impegno a favore della pace svolto nel corso della drammatica guerra balcanica (1992-1995). Il cardinale Puljic, 66 anni, eletto alla sede arcivescovile bosniaca solo un anno prima che iniziasse il conflitto e creato cardinale da Giovanni Paolo II nel 1994, dunque in piena guerra, si è distinto in quegli anni duri per gli accorati appelli di pace e di difesa dei diritti inalienabili della persona umana, rischiando anche la vita. E' un vescovo che si è speso perché uomini e donne di tradizioni e confessioni diverse potessero vivere insieme in una terra ricca di fede, storia e antiche memorie e che ha testimoniato con la vicinanza alla popolazione il Vangelo della pace e dell'amore. «Un cristiano che ha combattuto per la pace - come ha sottolineato nella motivazione del premio il vescovo di Terni, Vincenzo Paglia -, senza armi ma con la fede, senza mezzi se non quelli della testimonianza e della predicazione»
Federico Frighi
23/03/2012 Libertà
«Quest'anno cade il 20esimo anniversario della guerra che ha sconvolto l'ex Jugoslavia - spiega don Giuseppe Basini, parroco di Sant'Antonino - con l'assedio di Sarajevo, il più lungo e forse più sanguinoso della storia moderna. Il cardinale Puljic ha vissuto direttamente questa realtà di violenza ed è diventato punto di riferimento per i cattolici di Bosnia-Erzegovina, stimato da musulmani, ortodossi ed ebrei sul territorio di Sarajevo. Da allora è un testimone di pace e di dialogo, nonostante la comunità cattolica di Sarajevo viva oggi in una condizione di minoranza e discriminazione». «Il cardinale Puljic viene a Piacenza proprio per chiedere che l'Europa non si dimentichi di questa terra (la Bosnia-Erzegovina con la città di Sarajevo) che può diventare anche per altri paesi del rispetto delle differenze e delle minoranze, tema quanto mai attuale in questi giorni». Importante sottolineare come la venuta a Piacenza del cardinale Puljic sia resa possibile anche grazie all'interessamento della comunità bosniaca piacentina, tra l'altro, in maggioranza musulmana; in particolare dal coordinatore della Diaspora bosniaca in Italia e presidente di "BiH Oltre i confini", il piacentino Medaga Hodzic. Il cardinale Vinko Puljic parlerà ai piacentini martedì 3 luglio alle ore 21 nella Sala dei Teatini intervistato dal direttore di Libertà, Gaetano Rizzuto. Il giorno successivo presiederà la solenne celebrazione patronale con il vescovo Gianni Ambrosio.
Recentemente, in occasione del 20° anniversario dell'inizio del tragico assedio alla città di Sarajevo, la diocesi di Terni-Narni ha assegnato al cardinale il prestigioso premio annuale di San Valentino per il suo costante impegno a favore della pace svolto nel corso della drammatica guerra balcanica (1992-1995). Il cardinale Puljic, 66 anni, eletto alla sede arcivescovile bosniaca solo un anno prima che iniziasse il conflitto e creato cardinale da Giovanni Paolo II nel 1994, dunque in piena guerra, si è distinto in quegli anni duri per gli accorati appelli di pace e di difesa dei diritti inalienabili della persona umana, rischiando anche la vita. E' un vescovo che si è speso perché uomini e donne di tradizioni e confessioni diverse potessero vivere insieme in una terra ricca di fede, storia e antiche memorie e che ha testimoniato con la vicinanza alla popolazione il Vangelo della pace e dell'amore. «Un cristiano che ha combattuto per la pace - come ha sottolineato nella motivazione del premio il vescovo di Terni, Vincenzo Paglia -, senza armi ma con la fede, senza mezzi se non quelli della testimonianza e della predicazione»
Federico Frighi
23/03/2012 Libertà
Argomenti
Puljic
martedì 27 marzo 2012
Suor Leonella, piccoli santi senza aureola
Piccoli santi senza aureola. Suor Leonella Sgorbati era uno di questi. Nella giornata dei missionari martiri è stata ricordata a Piacenza con una serie di iniziative.
«Suor Leonella sentiva che sarebbe stata chiamata al martirio, aveva come l'intuizione. Percepiva che l'ambiente era ostile alla presenza di realtà diverse. Tuttavia andava avanti vivendo la sua vita assieme alla gente». E' suor Renata Conti, la religiosa incaricata dalle Missionarie della Consolata di raccogliere il materiale per la causa di beatificazione, a spiegare come i martiri di oggi siano gente comune, senza atti di eroismo, ma con il grande merito di aver vissuto fino in fondo la loro vita assieme agli altri. Così ha vissuto suor Leonella Sgorbati, la missionaria piacentina assassinata il 17 novembre del 2006 a Mogadiscio, ricordata ieri sera nella sala dei Teatini nelle giornate per i missionari martiri. La serata, organizzata dall'Ufficio Missionario diocesano e da Il Nuovo Giornale, è stata condotta dalla giornalista del settimale diocesano, Barbara Sartori. Ad aprire, i saluti dell'assessore alle politiche sociali del Comune di Piacenza, Giovanna Palladini, e del direttore dell'Ufficio Missionario, monsignor Giampiero Franscheschini. Ci si chiede se suor Leonella, di fronte al pericolo, avesse pensato di fare un passo indietro. «La nostra vocazione è ad gentes, per tutta la vita, sarebbe stata un rinnegarla - spiega suor Renata Conti a margine del convegno -; anche se suor Leonella non ha cercato il martirio. Il giorno in cui il Signore glielo ha offerto, lo ha accolto. Tutti erano consapevoli del rischio che si correva in Somalia, ma hanno scelto di rimanere con la gente». E le tre parole finali "Perdono, perdono, perdono" pronunciate prima di morire, vanno lette proprio in tale contesto: la forza e il coraggio di perdonare coloro che in quei luoghi erano ostili arrivando ad uccidere.
«Quando incontravi suor Leonella - ricorda suor Giacinta, originaria del Kenya - erano momenti di piena vita, sentivi respirare aria di libertà. Era come una grande mamma che si prendeva cura dei suoi tanti figli. Capiva i bisogni delle persone che aveva accanto»
Per suor Maria Teresa Ratti, comboniana, ricordare suor Leonella «è onorare il passato per guardare con fiducia al futuro. In Africa ci hanno insegnato l'importanza di onorare gli antenati e il fatto che una volta nati non si muore più». «Il martire - continua la suora giornalista di Comboni Fem - è quella persona che nella sua vita riecheggia quelle che sono state le azioni e le gesta di Gesù. Noi abbiamo bisogno di queste persone che oggi, senza misura, si mettono a disposizione della buona novella per la costruzione di un'umanità nel segno del regno di Dio».
Al missionario piacentino in Bangladesh padre Francesco Rapacioli (oggi è rettore del seminario del Pime a Monza) il compito di inquadrare il nuovo ruolo della missione. «Occorre cambiare il nostro approccio alla missione - si dice convinto -. Una volta la modaltà era quella di andare e fare tabula rasa predicando unilateralmente a persone che devono ricevere tutto. Oggi i non cristiani sono persone che appartengono ad altre comunità: islamica, indù, buddhista, taoista e via dicendo. Oggi occorre raccogliere tutto ciò che c'è di vero, di autentico in queste culture e condividere e annunciare il Vangelo. Quando il dialogo che è funzionale alla comunicazione e all'ascolto della loro tradizione, quando il dialogo si interrompe allora accade il martirio, come con suor Leonella. Nonostante il suo atteggiamento positivo, paradossalmente c'è stata una chiusura da parte di tanti che non vogliono missionari cristiani in terra islamica».
Questo pomeriggio, alle ore 18, nella basilica di Sant'Antonino, il vescovo Gianni Ambrosio celebra la messa durante la quale saranno ricordati tutti i missionari uccisi nello svolgimento del loro ministero.
Federico Frighi
24/03/2012 Libertà
«Suor Leonella sentiva che sarebbe stata chiamata al martirio, aveva come l'intuizione. Percepiva che l'ambiente era ostile alla presenza di realtà diverse. Tuttavia andava avanti vivendo la sua vita assieme alla gente». E' suor Renata Conti, la religiosa incaricata dalle Missionarie della Consolata di raccogliere il materiale per la causa di beatificazione, a spiegare come i martiri di oggi siano gente comune, senza atti di eroismo, ma con il grande merito di aver vissuto fino in fondo la loro vita assieme agli altri. Così ha vissuto suor Leonella Sgorbati, la missionaria piacentina assassinata il 17 novembre del 2006 a Mogadiscio, ricordata ieri sera nella sala dei Teatini nelle giornate per i missionari martiri. La serata, organizzata dall'Ufficio Missionario diocesano e da Il Nuovo Giornale, è stata condotta dalla giornalista del settimale diocesano, Barbara Sartori. Ad aprire, i saluti dell'assessore alle politiche sociali del Comune di Piacenza, Giovanna Palladini, e del direttore dell'Ufficio Missionario, monsignor Giampiero Franscheschini. Ci si chiede se suor Leonella, di fronte al pericolo, avesse pensato di fare un passo indietro. «La nostra vocazione è ad gentes, per tutta la vita, sarebbe stata un rinnegarla - spiega suor Renata Conti a margine del convegno -; anche se suor Leonella non ha cercato il martirio. Il giorno in cui il Signore glielo ha offerto, lo ha accolto. Tutti erano consapevoli del rischio che si correva in Somalia, ma hanno scelto di rimanere con la gente». E le tre parole finali "Perdono, perdono, perdono" pronunciate prima di morire, vanno lette proprio in tale contesto: la forza e il coraggio di perdonare coloro che in quei luoghi erano ostili arrivando ad uccidere.
«Quando incontravi suor Leonella - ricorda suor Giacinta, originaria del Kenya - erano momenti di piena vita, sentivi respirare aria di libertà. Era come una grande mamma che si prendeva cura dei suoi tanti figli. Capiva i bisogni delle persone che aveva accanto»
Per suor Maria Teresa Ratti, comboniana, ricordare suor Leonella «è onorare il passato per guardare con fiducia al futuro. In Africa ci hanno insegnato l'importanza di onorare gli antenati e il fatto che una volta nati non si muore più». «Il martire - continua la suora giornalista di Comboni Fem - è quella persona che nella sua vita riecheggia quelle che sono state le azioni e le gesta di Gesù. Noi abbiamo bisogno di queste persone che oggi, senza misura, si mettono a disposizione della buona novella per la costruzione di un'umanità nel segno del regno di Dio».
Al missionario piacentino in Bangladesh padre Francesco Rapacioli (oggi è rettore del seminario del Pime a Monza) il compito di inquadrare il nuovo ruolo della missione. «Occorre cambiare il nostro approccio alla missione - si dice convinto -. Una volta la modaltà era quella di andare e fare tabula rasa predicando unilateralmente a persone che devono ricevere tutto. Oggi i non cristiani sono persone che appartengono ad altre comunità: islamica, indù, buddhista, taoista e via dicendo. Oggi occorre raccogliere tutto ciò che c'è di vero, di autentico in queste culture e condividere e annunciare il Vangelo. Quando il dialogo che è funzionale alla comunicazione e all'ascolto della loro tradizione, quando il dialogo si interrompe allora accade il martirio, come con suor Leonella. Nonostante il suo atteggiamento positivo, paradossalmente c'è stata una chiusura da parte di tanti che non vogliono missionari cristiani in terra islamica».
Questo pomeriggio, alle ore 18, nella basilica di Sant'Antonino, il vescovo Gianni Ambrosio celebra la messa durante la quale saranno ricordati tutti i missionari uccisi nello svolgimento del loro ministero.
Federico Frighi
24/03/2012 Libertà
Argomenti
suor Leonella
domenica 25 marzo 2012
Caritas di Piacenza-Bobbio modello in Italia
La Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio fa scuola in Italia e in Europa. La struttura piacentina è stata scelta, tra le diocesi del Nord Italia, come sede del percorso di formazione base per i direttori delle Caritas.
Da domenica 25 a mercoledì 28 marzo cinquantacinque direttori provenienti da diocesi italiane e straniere visiteranno le strutture piacentine e ascolteranno progetti e esperienze locali.
«Sono molto orgoglioso della scelta di Piacenza-Bobbio - fa sapere il direttore piacentino Giuseppe Chiodaroli -. Vuol dire che il nostro lavoro al fianco degli ultimi è stato premiato. Una delle motivazioni della scelta di Piacenza-Bobbio è, tra l'altro, l'ottimo rapporto che la Caritas ha con il territorio locale». «Per noi sarà anche un utile momento di confronto - evidenzia - con le esperienze delle altre Caritas».
Direttori e operatori soggiorneranno nel centro pastorale della Bellotta, a Pontenure. Domenica pomeriggio 25 marzo sono previsti gli arrivi e, in serata, la visione del cortometraggio sui senza fissa dimora "Alla fine dei sogni" realizzato dalla Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio. Nella mattinata di lunedì 26 marzo, sempre alla Bellotta, il saluto del vescovo Gianni Ambrosio e la presentazione dello stato della diocesi a cura del vicario generale monsignor Giuseppe Illica. Nel pomeriggio la presentazione della Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio da parte del direttore Giuseppe Chiodaroli, della presidente dell'Associazione Carmen Cammi, Anita Natali, e del presidente della Fondazione Caritas, Franco Milani. A seguire la presentazione dell'area Promozione Caritas con il suo responsabile Massimo Magnaschi ed Edina Rigolli. I direttori si trasferiranno poi nel Centro pastorale Scalabrini di Fiorenzuola e visiteranno la Caritas parrocchiale della cittadina valdardese. Martedì 27 marzo, in mattinata, la presentazione dell'area Promozione mondialità, con il responsabile Francesco Millione e Rita Casalini, e dell'area Promozione umana, con il responsabile Francesco Argirò e Cristina Marchi. Nel pomeriggio trasferimento a Piacenza per la visita alla Caritas di via Giordani, al dormitorio, al centro di ascolto, al punto di ascolto anziani e al centro il Samaritano. Poi la visita alla città con il saluto del sindaco Roberto Reggi e la messa in Sant'Antonino. Alle 18 e 45 un momento musicale in basilica con il gruppo folk Enerbia e, a seguire, la cena alla mensa della fraternità. Mercoledì 28 marzo, ultimo giorno di permanenza delle delegazioni a Piacenza, un momento di confronto con l'équipe della Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio.
Federico Frighi
15/03/2012 Libertà
Da domenica 25 a mercoledì 28 marzo cinquantacinque direttori provenienti da diocesi italiane e straniere visiteranno le strutture piacentine e ascolteranno progetti e esperienze locali.
«Sono molto orgoglioso della scelta di Piacenza-Bobbio - fa sapere il direttore piacentino Giuseppe Chiodaroli -. Vuol dire che il nostro lavoro al fianco degli ultimi è stato premiato. Una delle motivazioni della scelta di Piacenza-Bobbio è, tra l'altro, l'ottimo rapporto che la Caritas ha con il territorio locale». «Per noi sarà anche un utile momento di confronto - evidenzia - con le esperienze delle altre Caritas».
Direttori e operatori soggiorneranno nel centro pastorale della Bellotta, a Pontenure. Domenica pomeriggio 25 marzo sono previsti gli arrivi e, in serata, la visione del cortometraggio sui senza fissa dimora "Alla fine dei sogni" realizzato dalla Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio. Nella mattinata di lunedì 26 marzo, sempre alla Bellotta, il saluto del vescovo Gianni Ambrosio e la presentazione dello stato della diocesi a cura del vicario generale monsignor Giuseppe Illica. Nel pomeriggio la presentazione della Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio da parte del direttore Giuseppe Chiodaroli, della presidente dell'Associazione Carmen Cammi, Anita Natali, e del presidente della Fondazione Caritas, Franco Milani. A seguire la presentazione dell'area Promozione Caritas con il suo responsabile Massimo Magnaschi ed Edina Rigolli. I direttori si trasferiranno poi nel Centro pastorale Scalabrini di Fiorenzuola e visiteranno la Caritas parrocchiale della cittadina valdardese. Martedì 27 marzo, in mattinata, la presentazione dell'area Promozione mondialità, con il responsabile Francesco Millione e Rita Casalini, e dell'area Promozione umana, con il responsabile Francesco Argirò e Cristina Marchi. Nel pomeriggio trasferimento a Piacenza per la visita alla Caritas di via Giordani, al dormitorio, al centro di ascolto, al punto di ascolto anziani e al centro il Samaritano. Poi la visita alla città con il saluto del sindaco Roberto Reggi e la messa in Sant'Antonino. Alle 18 e 45 un momento musicale in basilica con il gruppo folk Enerbia e, a seguire, la cena alla mensa della fraternità. Mercoledì 28 marzo, ultimo giorno di permanenza delle delegazioni a Piacenza, un momento di confronto con l'équipe della Caritas diocesana di Piacenza-Bobbio.
Federico Frighi
15/03/2012 Libertà
Argomenti
Caritas
sabato 24 marzo 2012
Nomine, amministratori in Valtidone
Con Atto proprio di S. E. mons. Vescovo in data 19 marzo 2012 il M. R.
Bertuzzi don Giuseppe, mantenendo i precedenti incarichi, è stato nominato
amministratore parrocchiale della parrocchia di San Martino Vescovo in Pieve
Stadera, Comune di Nibbiano, Provincia di Piacenza.
Con Atto proprio di S. E. mons. Vescovo in data 19 marzo 2012 il M. R.
Lazzarini don Luigi, mantenendo i precedenti incarichi, è stato nominato
amministratore parrocchiale della parrocchia di Sant’Anna in Tassara, Comune
di Nibbiano, Provincia di Piacenza.
Bertuzzi don Giuseppe, mantenendo i precedenti incarichi, è stato nominato
amministratore parrocchiale della parrocchia di San Martino Vescovo in Pieve
Stadera, Comune di Nibbiano, Provincia di Piacenza.
Con Atto proprio di S. E. mons. Vescovo in data 19 marzo 2012 il M. R.
Lazzarini don Luigi, mantenendo i precedenti incarichi, è stato nominato
amministratore parrocchiale della parrocchia di Sant’Anna in Tassara, Comune
di Nibbiano, Provincia di Piacenza.
Argomenti
Comunicati diocesi Piacenza-Bobbio,
Nomine
venerdì 16 marzo 2012
Esmeralda, quando la violenza entra nei cuori
«Una tragedia frutto di un amore egoistico, una tragedia che ha segnato la coscienza di tutti. Noi, come comunità, intendiamo rinnovare il nostro impegno comune perchè la vita sia sempre rispettata in ogni modo, senza distinzione alcuna». Lo scalabriniano padre Gianmario Maffioletti ha un compito difficile nella chiesetta di San Carlo, la "bombonera" dei "latinos". Davanti ha quasi mille persone, molte rimaste fuori sul sagrato. La comunità ecuadoriana di Piacenza che piange la sua Esmeralda. L'omicidio passionale di lunedì mattina in via Calciati è ancora negli occhi e nei cuori.
Padre Mario, in lingua spagnola, si rivolge proprio a quei cuori. «Noi credenti, come credente era Esmeralda, devota alla Vergine del Cisne, preghiamo per la conversione dei nostri cuori, per vincere, con l'amore autentico, ogni forma di egoismo. Preghiamo il nostro Dio, per intercessione della Vergine del Cisne, che doni ai familiari di Esmeralda la forza della fede che alimenta la speranza positiva nel futuro». In prima fila ci sono Lorena, la sorella di Esmeralda, il fratello Jorge, arrivato solo ieri dalla Spagna, poco più in là la figlia sedicenne, che, a fine celebrazione, si sentirà male, vittima di un'emozione troppo forte da trattenere. Mamma non c'è. La bara con la salma è rimasta nella camera mortuaria perchè il magistrato deve ancora dare il nulla osta alla sepoltura.
Sull'altare c'è una foto di Esmeralda, con una camicetta a quadretti lilla, sorridente come era sempre e come qui la vogliono ricordare. Ma anche quella di un giovane, sullo sfondo di una nevicata. Un giovane che non c'è più e che è stato ucciso sabato in Ecuador in un atto violento. Aveva 23 anni e i suoi parenti sono qui, a Piacenza. «Piacenza e l'Ecuador sono uniti in una violenza che non conosce confini» annota padre Maffioletti.
Sono in tanti nel piccolo tempio di via Torta. Diversi italiani, amici della comunità ecuadoriana. In fondo alla chiesa, in disparte, anche l'assessore comunale Paolo Dosi con la moglie. Una presenza a titolo personale ma che evidenzia la vicinanza delle istituzioni alla comunità ecuadoriana di Piacenza.
«La nostra presenza qui, così numerosa, dà forza a noi che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo questa tragedia» continua lo scalabriniano nella sua omelia. Al fianco, oltre al superiore degli Scalabriniani, padre Gaetano Parolin e al confratello padre Gelmino Metrini, il vicario generale monsignor Giuseppe Illica e il parroco di San Francesco, don Giuseppe Frazzani.
«A nome del vescovo Gianni Ambrosio e della Chiesa piacentina - saluta, in italiano, il vicario generale - vi porgo la nostra solidarietà in questo momento di sofferenza. Vorrei assicurarvi che noi non abbiamo dubbi nell'accogliervi. Forse in giro trovate tanta diffidenza, ma vorrei garantirvi che non è la diffidenza della Chiesa, la Chiesa vi accoglie senza se e senza ma. Il dubbio è eventualmente il nostro peccato, la nostra incapacità di amarvi come vorremmo».
Cita le letture del giorno quando evidenzia che i «comandamenti sono stati dati al popolo di Dio per camminare insieme e vivere bene sotto l'ombra di Dio. Per vivere non momenti di sopraffazione o di violenza ma di pace». Un passaggio difficile il pensiero anche per l'assassino di Esmeralda. «Vorrei che pregassimo tutti - auspica il vicario generale - per il corpo di Esmeralda e anche di coloui che l'ha uccisa e si è ucciso, che pensassimo al corpo che risorge. L'ultima parola non ce l'ha la violenza e nemmeno la morte. Noi abbiamo la possibilità di accogliere la sfida di Gesù risorto dopo tre giorni. Come abbiamo amore per il corpo di Gesù donato per noi, così possiamo riconoscere la grandezza e il valore di ogni persona che incontriamo, anche fuori da questa chiesa».
Infine un pensiero al momento difficile di oggi, che sta inducendo diversi migranti ad abbandonare il loro sogno italiano e piacentino in particolare. «Le difficoltà economiche di questo momento non vi scoraggino e non ci scoraggino, perchè le sentiamo tutti - auspica monsignor Illica -, ma ci aiutino a diventare più fratelli, perchè di solito nel dolore e nella sofferenza è così. Non dobbiamo lasciarci spaventare dagli stipendi che si sono abbassati, dal lavoro che si è perso; questo non fa dire a noi di andarvene a casa perchè non c'è lavoro. Rimanete, lotteremo insieme, come abbiamo lottato prima, cercheremo di uscirne insieme, siamo ancora fratelli».
Federico Frighi
12/03/2012 Libertà
Padre Mario, in lingua spagnola, si rivolge proprio a quei cuori. «Noi credenti, come credente era Esmeralda, devota alla Vergine del Cisne, preghiamo per la conversione dei nostri cuori, per vincere, con l'amore autentico, ogni forma di egoismo. Preghiamo il nostro Dio, per intercessione della Vergine del Cisne, che doni ai familiari di Esmeralda la forza della fede che alimenta la speranza positiva nel futuro». In prima fila ci sono Lorena, la sorella di Esmeralda, il fratello Jorge, arrivato solo ieri dalla Spagna, poco più in là la figlia sedicenne, che, a fine celebrazione, si sentirà male, vittima di un'emozione troppo forte da trattenere. Mamma non c'è. La bara con la salma è rimasta nella camera mortuaria perchè il magistrato deve ancora dare il nulla osta alla sepoltura.
Sull'altare c'è una foto di Esmeralda, con una camicetta a quadretti lilla, sorridente come era sempre e come qui la vogliono ricordare. Ma anche quella di un giovane, sullo sfondo di una nevicata. Un giovane che non c'è più e che è stato ucciso sabato in Ecuador in un atto violento. Aveva 23 anni e i suoi parenti sono qui, a Piacenza. «Piacenza e l'Ecuador sono uniti in una violenza che non conosce confini» annota padre Maffioletti.
Sono in tanti nel piccolo tempio di via Torta. Diversi italiani, amici della comunità ecuadoriana. In fondo alla chiesa, in disparte, anche l'assessore comunale Paolo Dosi con la moglie. Una presenza a titolo personale ma che evidenzia la vicinanza delle istituzioni alla comunità ecuadoriana di Piacenza.
«La nostra presenza qui, così numerosa, dà forza a noi che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo questa tragedia» continua lo scalabriniano nella sua omelia. Al fianco, oltre al superiore degli Scalabriniani, padre Gaetano Parolin e al confratello padre Gelmino Metrini, il vicario generale monsignor Giuseppe Illica e il parroco di San Francesco, don Giuseppe Frazzani.
«A nome del vescovo Gianni Ambrosio e della Chiesa piacentina - saluta, in italiano, il vicario generale - vi porgo la nostra solidarietà in questo momento di sofferenza. Vorrei assicurarvi che noi non abbiamo dubbi nell'accogliervi. Forse in giro trovate tanta diffidenza, ma vorrei garantirvi che non è la diffidenza della Chiesa, la Chiesa vi accoglie senza se e senza ma. Il dubbio è eventualmente il nostro peccato, la nostra incapacità di amarvi come vorremmo».
Cita le letture del giorno quando evidenzia che i «comandamenti sono stati dati al popolo di Dio per camminare insieme e vivere bene sotto l'ombra di Dio. Per vivere non momenti di sopraffazione o di violenza ma di pace». Un passaggio difficile il pensiero anche per l'assassino di Esmeralda. «Vorrei che pregassimo tutti - auspica il vicario generale - per il corpo di Esmeralda e anche di coloui che l'ha uccisa e si è ucciso, che pensassimo al corpo che risorge. L'ultima parola non ce l'ha la violenza e nemmeno la morte. Noi abbiamo la possibilità di accogliere la sfida di Gesù risorto dopo tre giorni. Come abbiamo amore per il corpo di Gesù donato per noi, così possiamo riconoscere la grandezza e il valore di ogni persona che incontriamo, anche fuori da questa chiesa».
Infine un pensiero al momento difficile di oggi, che sta inducendo diversi migranti ad abbandonare il loro sogno italiano e piacentino in particolare. «Le difficoltà economiche di questo momento non vi scoraggino e non ci scoraggino, perchè le sentiamo tutti - auspica monsignor Illica -, ma ci aiutino a diventare più fratelli, perchè di solito nel dolore e nella sofferenza è così. Non dobbiamo lasciarci spaventare dagli stipendi che si sono abbassati, dal lavoro che si è perso; questo non fa dire a noi di andarvene a casa perchè non c'è lavoro. Rimanete, lotteremo insieme, come abbiamo lottato prima, cercheremo di uscirne insieme, siamo ancora fratelli».
Federico Frighi
12/03/2012 Libertà
Argomenti
don Giuseppe Illica
Berti, si apre il processo di beatificazione
Domenica 18 marzo si apre nella Cattedrale di Piacenza la fase diocesana del processo di beatificazione dell’on. Giuseppe Berti, nato nel 1899 e morto nel 1979. Alle ore 17.30 avrà luogo l’apertura del processo alla presenza del vescovo mons. Gianni Ambrosio; alle 18 seguiranno i vespri e alle 18.30 la messa presieduta dal Vescovo.
Uomo politico, deputato al Parlamento nella prima legislatura della Repubblica, docente al liceo Manin di Cremona, presidente dell’Azione Cattolica e delle Acli, ha lasciato un’eredità preziosa alla Chiesa e alla società piacentina.
A coordinare le iniziative legate all'avvio dell'iter di beatificazione è un comitato guidato da don Luigi Fornari, parroco di Sant’Anna a Piacenza, la comunità in cui ha vissuto Giuseppe Berti.
Alla parrocchia di via Scalabrini si deve anche il libro “Giuseppe Berti. Missionario della Carità di Cristo” che presenta diverse testimonianze sulla figura di Berti. L’opera viene così ad aggiungersi alla biografia a cura del prof. Fausto Fiorentini “Giuseppe Berti. Un laico a servizio della Chiesa” pubblicata nel 1999 dall’editrice che porta il nome dello stesso Berti.
Il libro “Giuseppe Berti. Missionario della Carità di Cristo” verrà dato in omaggio a chi partecipa alla celebrazione del 18 marzo in Cattedrale.
Postulatore della causa di beatificazione è don Luciano Ravetti, vicepostulatore è don Sergio Ziliani.
Uomo politico, deputato al Parlamento nella prima legislatura della Repubblica, docente al liceo Manin di Cremona, presidente dell’Azione Cattolica e delle Acli, ha lasciato un’eredità preziosa alla Chiesa e alla società piacentina.
A coordinare le iniziative legate all'avvio dell'iter di beatificazione è un comitato guidato da don Luigi Fornari, parroco di Sant’Anna a Piacenza, la comunità in cui ha vissuto Giuseppe Berti.
Alla parrocchia di via Scalabrini si deve anche il libro “Giuseppe Berti. Missionario della Carità di Cristo” che presenta diverse testimonianze sulla figura di Berti. L’opera viene così ad aggiungersi alla biografia a cura del prof. Fausto Fiorentini “Giuseppe Berti. Un laico a servizio della Chiesa” pubblicata nel 1999 dall’editrice che porta il nome dello stesso Berti.
Il libro “Giuseppe Berti. Missionario della Carità di Cristo” verrà dato in omaggio a chi partecipa alla celebrazione del 18 marzo in Cattedrale.
Postulatore della causa di beatificazione è don Luciano Ravetti, vicepostulatore è don Sergio Ziliani.
Argomenti
Comunicati diocesi Piacenza-Bobbio,
Giuseppe Berti
mercoledì 7 marzo 2012
Consigli per le offerte, volontari in corsia
Bancari, badanti part time, cassintegrati, disoccupati, pensionati sono alcuni degli aspiranti volontari che hanno risposto sì all'appello dell'Avo (Associazione volontari ospedalieri) e si sono presentati ieri pomeriggio alla prima lezione del corso di formazione nella biblioteca dell'ospedale Guglielmo da Saliceto. Al termine saranno in grado di portare conforto ai malati dell'ospedale di Piacenza senza essere di ostacolo a medici ed infermieri e con l'opportuna sensibilità in situazioni spesso difficili. Sono i "volontari del bicchier d'acqua" quelli che entrano in stanza con il camice bianco con il colletto azzurro e il tesserino Avo in bella vista, ti chiedono come stai, ti tengono compagnia, portandoti un poco di sollievo in un luogo in cui il tempo non passa più. Se occorre aiutano il personale durante pasti, magare solo per sbucciare la mela.
Sono una ventina le nuove leve che si sono presentate ieri. Tra queste Carmen, badante ma solo la mattina: «Ho i pomeriggi liberi e un'amica mi ha proposto di fare volontariato qui, mi sembra una bella cosa, tanto più che io già sono nell'ambiente». Josette, bancaria in pensione da tre anni, aveva voglia di fare qualche cosa per gli altri: «E' stato un caso se ho scelto l'Avo. Ho pensato che a scambiare quattro chiacchiere con una persona in ospedale, passarle un bicchier d'acqua, potevo essere capace anch'io. Così mi sono presentata». Chi diceva, come il vescovo Gianni Ambrosio - l'Avo piacentina nasce proprio da un'intuizione di un diacono della Chiesa di Piacenza-Bobbio, Nello Ziliani, frutto del sinodo diocesano del 1990 - che la crisi poteva essere anche una ricchezza non aveva tutti i torti. Roberto e Luciano ne sono l'esempio vivente. Cassintegrato il primo, disoccupato il secondo, hanno pensato che, invece di «stare a casa a girarsi i pollici», sarebbe stato più utile andare a dare una mano all'ospedale.
Attualmente sono circa 200 i volontari dell'Avo piacentina, di cui 30 a castelsangiovanni e 40 a Fiorenzuola. «Sono persone dai 50 anni in su - spiega la vice presidente Marisa Monticelli - ma si sta costituendo anche un nucleo di persone giovani, entrate grazie ad internet o ai banchetti di sensibilizzazione». A breve, come annuncia il presidente, il diacono Franco Zanetti, l'obiettivo è di aprire una sezione Avo anche all'ospedale di Bobbio, dove già operano, a titolo personale, due volontari. Ieri sera era relatore del primo incontro Francesco Benassi, presidente Avo dell'Emilia Romagna. In regione i volontari sono circa 2.200 anche se non tutti gli ospedali sono coperti. «In questo momento - osserva il presidente regionale - si assiste ad un proliferare di piccole associazioni di volontariato che si contendono i volontari. Noi siamo nati molti anni fa e nelle realtà in cui operiamo siano ben radicati. Il nostro compito è quello di umanizzare l'ospedale, una mission fondamentale in un'epoca dominata dalla solitudine sociale e dalla crisi dove, a volte, gli anziani vengono depositati in corsia e lasciati soli».
Sono una ventina le nuove leve che si sono presentate ieri. Tra queste Carmen, badante ma solo la mattina: «Ho i pomeriggi liberi e un'amica mi ha proposto di fare volontariato qui, mi sembra una bella cosa, tanto più che io già sono nell'ambiente». Josette, bancaria in pensione da tre anni, aveva voglia di fare qualche cosa per gli altri: «E' stato un caso se ho scelto l'Avo. Ho pensato che a scambiare quattro chiacchiere con una persona in ospedale, passarle un bicchier d'acqua, potevo essere capace anch'io. Così mi sono presentata». Chi diceva, come il vescovo Gianni Ambrosio - l'Avo piacentina nasce proprio da un'intuizione di un diacono della Chiesa di Piacenza-Bobbio, Nello Ziliani, frutto del sinodo diocesano del 1990 - che la crisi poteva essere anche una ricchezza non aveva tutti i torti. Roberto e Luciano ne sono l'esempio vivente. Cassintegrato il primo, disoccupato il secondo, hanno pensato che, invece di «stare a casa a girarsi i pollici», sarebbe stato più utile andare a dare una mano all'ospedale.
Attualmente sono circa 200 i volontari dell'Avo piacentina, di cui 30 a castelsangiovanni e 40 a Fiorenzuola. «Sono persone dai 50 anni in su - spiega la vice presidente Marisa Monticelli - ma si sta costituendo anche un nucleo di persone giovani, entrate grazie ad internet o ai banchetti di sensibilizzazione». A breve, come annuncia il presidente, il diacono Franco Zanetti, l'obiettivo è di aprire una sezione Avo anche all'ospedale di Bobbio, dove già operano, a titolo personale, due volontari. Ieri sera era relatore del primo incontro Francesco Benassi, presidente Avo dell'Emilia Romagna. In regione i volontari sono circa 2.200 anche se non tutti gli ospedali sono coperti. «In questo momento - osserva il presidente regionale - si assiste ad un proliferare di piccole associazioni di volontariato che si contendono i volontari. Noi siamo nati molti anni fa e nelle realtà in cui operiamo siano ben radicati. Il nostro compito è quello di umanizzare l'ospedale, una mission fondamentale in un'epoca dominata dalla solitudine sociale e dalla crisi dove, a volte, gli anziani vengono depositati in corsia e lasciati soli».
lunedì 27 febbraio 2012
Morto don Giuseppe Porcari
E' deceduto ieri domenica 26 febbraio 2012 don Giuseppe Porcari.
Era nato a Tuna di Gazzola il 29 luglio 1925, ed era stato ordinato sacerdote il 2 aprile 1949.
Aveva svolto il primo incarico pastorale come curato a Pieve Dugliara.
Successivamente è stato trasferito, sempre come curato, a Podenzano. Poi nel
1956 è stato nominato economo spirituale a Groppo Ducale, incarico che ha mentenuto per un anno, per passare come parroco a Mezzano Scotti fino al 1980.
Da allora gli è stato affidato l'ufficio di parroco di Centovera, al quale si sono aggiunte successivamente le parrochie di Ronco e Corneliano come amministratore parrocchiale. Dopo aver rinunciato alla parrocchia nel 2007, per motivi di salute, si è ritirato presso la casa di riposo di Calendasco.
I funerali si svolgeranno nella parrocchia di Tuna di Gazzola domani, martedì 28 febbraio alle ore 15.30.
La celebrazione sarà presieduta dal vescovo mons. Gianni Ambrosio.
Ufficio Stampa
Diocesi di Piacenza Bobbio
Era nato a Tuna di Gazzola il 29 luglio 1925, ed era stato ordinato sacerdote il 2 aprile 1949.
Aveva svolto il primo incarico pastorale come curato a Pieve Dugliara.
Successivamente è stato trasferito, sempre come curato, a Podenzano. Poi nel
1956 è stato nominato economo spirituale a Groppo Ducale, incarico che ha mentenuto per un anno, per passare come parroco a Mezzano Scotti fino al 1980.
Da allora gli è stato affidato l'ufficio di parroco di Centovera, al quale si sono aggiunte successivamente le parrochie di Ronco e Corneliano come amministratore parrocchiale. Dopo aver rinunciato alla parrocchia nel 2007, per motivi di salute, si è ritirato presso la casa di riposo di Calendasco.
I funerali si svolgeranno nella parrocchia di Tuna di Gazzola domani, martedì 28 febbraio alle ore 15.30.
La celebrazione sarà presieduta dal vescovo mons. Gianni Ambrosio.
Ufficio Stampa
Diocesi di Piacenza Bobbio
Argomenti
Comunicati diocesi Piacenza-Bobbio
martedì 21 febbraio 2012
Morto il parroco di Besenzone
E' deceduto ieri notte don Francesco Pallastrelli, Parroco di Besenzone e amministratore parrocchiale di Bersano e Mercore.
Don Francesco Pallastrelli era nato a Fiorenzuola il 15 dicembre 1932 ed era stato ordinato sacerdote il 04 giugno 1955.
Aveva svolto il primo incarico pastorale quale curato a Metti di Bore . Successivamente aveva assunto l’ufficio di parroco a Santa Giustina Val Lecca in comune di Bardi, passando poi nel 1960 a Leggio comune di Bettola fino al 1968 quando è stato nominato parroco di Vicomarino, dove è rimasto fino al 1984. In seguito gli è stata affidata la cura pastorale della parrocchia di Calendasco. Nel 1996 è diventato parroco di S. Nazzaro d’Ongina passando poi a Besenzone nel 2003.
I funerali si terranno mercoledì prossimo 22 febbraio, alle ore 15, nella chiesa parrocchiale di Besenzone. Saranno presieduti dal Vescovo Mons. Gianni Ambrosio.
Don Francesco Pallastrelli era nato a Fiorenzuola il 15 dicembre 1932 ed era stato ordinato sacerdote il 04 giugno 1955.
Aveva svolto il primo incarico pastorale quale curato a Metti di Bore . Successivamente aveva assunto l’ufficio di parroco a Santa Giustina Val Lecca in comune di Bardi, passando poi nel 1960 a Leggio comune di Bettola fino al 1968 quando è stato nominato parroco di Vicomarino, dove è rimasto fino al 1984. In seguito gli è stata affidata la cura pastorale della parrocchia di Calendasco. Nel 1996 è diventato parroco di S. Nazzaro d’Ongina passando poi a Besenzone nel 2003.
I funerali si terranno mercoledì prossimo 22 febbraio, alle ore 15, nella chiesa parrocchiale di Besenzone. Saranno presieduti dal Vescovo Mons. Gianni Ambrosio.
Argomenti
Comunicati diocesi Piacenza-Bobbio
domenica 19 febbraio 2012
Ambrosio terzo per Venezia, era vero
Chi parlava del vescovo Gianni Ambrosio come possibile nuovo patriarca di Venezia (Libertà ne riferì già il 21 settembre 2011) non ci è andato poi così lontano. Il giornale Il Fatto ha pubblicato, nell'edizione di domenica scorsa, la lettera che il cardinale Angelo Scola, già Patriarca di Venezia e neo arcivescovo di Milano, scriveva alla nunziatura apostolica (e dunque al Papa), suggerendo tre nomi per il suo successore nella Serenissima. Ebbene, tra questi tre nomi c'era anche quello dell'attuale vescovo di Piacenza-Bobbio. La lettera porta la data del 31 ottobre 2011 ed è indirizzata a monsignor Luca Lorusso, che il Fatto indica come nunzio apostolico in Italia. In realtà monsignor Lorusso è il diplomatico, già consigliere di prima classe nella nunziatura apostolica in Canada, che si è occupato delle consultazioni in un periodo di interregno fra il nunzio Giuseppe Bertello, dal 3 settembre 2011 presidente del Governatorato vaticano, e monsignor Adriano Bernardini, nominato nunzio in Italia il 15 novembre 2011. Monsignor Lorusso, secondo quanto riportato da Il Fatto, aveva chiesto al neo arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, di indicare tre nomi per la sua vecchia diocesi, Venezia appunto. Richiesta che suona come un'eccezione, visto che la prassi vuole che non si chieda ad un presule di indicare il nome del suo successore. Ma tant'è.
Il cardinale Scola così rispondeva: «... mi sento di indicare... i seguenti nomi: S. E. Mons. Andrea Bruno Mazzoccato; S. E. Mons. Francesco Moraglia; S. E. Mons. Gianni Ambrosio. Salvo miglior giudizio del Signore... ». Il primo della lista era il vescovo di Udine, il secondo di La Spezia, il terzo di Piacenza-Bobbio. Il Papa, o chi per lui, scelse il vescovo Francesco Moraglia che oggi è il nuovo Patriarca eletto di Venezia. L'episodio, in attesa di ulteriori riscontri, confermerebbe tuttavia il buon nome nelle stanze vaticane sia della cattedra di Piacenza-Bobbio sia del vescovo Gianni Ambrosio. Non è un caso che i presuli provenienti dalla diocesi di Sant'Antonino siano stati tenuti sempre in grande considerazione. Monsignor Enrico Manfredini approdò a Bologna, sede cardinalizia; monsignor Luciano Monari era nella terna per Milano quando venne poi scelto Dionigi Tettamanzi, in quella per Bologna quando venne scelto Carlo Caffarra ed oggi è a capo della prestigiosa diocesi di Brescia. Infine è da evidenziare il buon rapporto tra il vescovo Ambrosio e il cardinale Scola. L'arcivescovo di Milano, come già annunciato, sarà ospite nel Duomo di Piacenza, nel mese di maggio, per una lectio divina. Un sacerdote diocesano, don Massimo Cassola, già nel 2010 è stato inviato a studiare al Marcianum di Venezia, il polo pedagogico voluto proprio dall'ex patriarca Angelo Scola.
Federico Frighi
Liberta' 14/02/2012
Il cardinale Scola così rispondeva: «... mi sento di indicare... i seguenti nomi: S. E. Mons. Andrea Bruno Mazzoccato; S. E. Mons. Francesco Moraglia; S. E. Mons. Gianni Ambrosio. Salvo miglior giudizio del Signore... ». Il primo della lista era il vescovo di Udine, il secondo di La Spezia, il terzo di Piacenza-Bobbio. Il Papa, o chi per lui, scelse il vescovo Francesco Moraglia che oggi è il nuovo Patriarca eletto di Venezia. L'episodio, in attesa di ulteriori riscontri, confermerebbe tuttavia il buon nome nelle stanze vaticane sia della cattedra di Piacenza-Bobbio sia del vescovo Gianni Ambrosio. Non è un caso che i presuli provenienti dalla diocesi di Sant'Antonino siano stati tenuti sempre in grande considerazione. Monsignor Enrico Manfredini approdò a Bologna, sede cardinalizia; monsignor Luciano Monari era nella terna per Milano quando venne poi scelto Dionigi Tettamanzi, in quella per Bologna quando venne scelto Carlo Caffarra ed oggi è a capo della prestigiosa diocesi di Brescia. Infine è da evidenziare il buon rapporto tra il vescovo Ambrosio e il cardinale Scola. L'arcivescovo di Milano, come già annunciato, sarà ospite nel Duomo di Piacenza, nel mese di maggio, per una lectio divina. Un sacerdote diocesano, don Massimo Cassola, già nel 2010 è stato inviato a studiare al Marcianum di Venezia, il polo pedagogico voluto proprio dall'ex patriarca Angelo Scola.
Federico Frighi
Liberta' 14/02/2012
Inviato da iPad
martedì 14 febbraio 2012
Chiesa ed elezioni, il prete non indichi ma illumini
I Vescovi della Regione Emilia-Romagna hanno indirizzato ai fedeli delle loro comunità una comunicazione in vista delle elezioni regionali del 2010. Ritengo che questa comunicazione meriti di essere ripresa e proposta in occasione delle elezioni comunali a Piacenza.
“1. Come Vescovi, la nostra prima inderogabile missione è di annunciare il Vangelo proponendo ad ogni uomo la via della fede, come via della libertà, come via della responsabilità e della salvezza.
Ma il Vangelo che dobbiamo annunciare contiene anche una precisa concezione dell’uomo e di tutta la sua realtà, personale e sociale, che risponde in modo adeguato alle fondamentali esigenze della sua persona.
È questa concezione il nucleo portante della Dottrina Sociale che la Chiesa ha sempre proclamato e testimoniato, e che l’attuale pontefice Benedetto XVI ha mirabilmente sintetizzato nell’espressione «valori non negoziabili».
2. Essi costituiscono patrimonio di ogni persona, perché inscritti nella coscienza morale di ciascuno.
A questi valori anche ogni cristiano deve riferirsi come criterio ineludibile per i suoi giudizi e le sue scelte nell’ordine temporale e sociale.
Eccoli sinteticamente: la dignità della persona umana, costituita ad immagine e somiglianza di Dio, e perciò irriducibile a qualsiasi condizione e condizionamento di carattere personale e sociale; la sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale, inviolabile ed indisponibile a tutte le strutture ed a tutti i poteri; i diritti e le libertà fondamentali della persona: la libertà religiosa, la libertà della cultura e dell’educazione; la sacralità della famiglia naturale, fondata sul matrimonio, sulla legittima unione cioè fra un uomo e una donna, responsabilmente aperta alla paternità e alla maternità; la libertà di intrapresa culturale, sociale, e anche economica in funzione del bene della persona e del bene comune; il diritto ad un lavoro dignitoso e giustamente retribuito, come espressione sintetica della persona umana; l’accoglienza ai migranti nel rispetto della dignità della loro persona e delle esigenze del bene comune; lo sviluppo della giustizia e la promozione della pace; il rispetto del creato.
3. È questo complesso di beni che costituisce l’orizzonte immutabile di ogni giudizio e di ogni impegno cristiano nella società. Persone, raggruppamenti partitici e programmi devono pertanto essere valutati a partire dalla verifica obiettiva del rispetto di quei beni.
Perciò la coscienza cristiana rettamente formata non permette di favorire col proprio voto l’attuazione di un programma politico o la promulgazione di leggi che non siano coerenti coi valori sopraddetti, esprimendo questi le fondamentali esigenze della dignità umana.
4. Siamo consapevoli di avere proposto ai nostri fedeli non solo orientamenti doverosi per l’oggi, ma anche un costante cammino educativo, mediante cui l’assimilazione dei valori della Dottrina Sociale della Chiesa porta a giudizi e a scelte responsabili e coerenti, sottratte ai ricatti dei poteri ideologici e massmediatici o avvilite da interessi particolaristici.
Vorremmo che crescesse, anche in forza di un rinnovato e quotidiano impegno educativo delle nostre Chiese, un laicato che proprio a causa della sua appartenenza ecclesiale, fosse dedito al bene comune della società.
5. La Chiesa non deve prendere «nelle sue mani la battaglia politica» [cfr. Benedetto XVI, Deus caritas est, 28]. Pertanto clero ed organismi ecclesiali devono rimanere completamente fuori dal dibattito e dall’impegno politico pre-elettorale, mantenendosi assolutamente estranei a qualsiasi partito o schieramento politico. Per i sacerdoti questa esigenza è fondata sulla natura stessa del loro ministero (cfr. Congregazione per il Clero, Direttorio per il ministero e la vita dei Presbiteri 33, cpv.1°: EV 14/798).
6. Ma è un diritto dei fedeli essere illuminati dai propri pastori quando devono prendere decisioni importanti. Se un fedele chiedesse al sacerdote come orientarsi nella situazione attuale, il sacerdote tenga presente quanto segue.
Ogni elettore è chiamato ad elaborare un giudizio prudenziale che per definizione non è mai dotato di certezza incontrovertibile. Ma un giudizio è prudente quando è elaborato alla luce sia dei valori (cfr. § 2) umani fondamentali che sono concretamente in questione sia delle circostanze rilevanti in cui siamo chiamati ad agire.
Ciò premesso in linea generale, ogni elettore che voglia prendere una decisione prudente, deve discernere nell’attuale situazione quali valori umani fondamentali sono in questione, e giudicare quale parte politica – per i programmi che dichiara e per i candidati che indica per attuarli – dia maggiore affidamento per la loro difesa e promozione.
L’aiuto che i sacerdoti devono dare quindi consiste nell’illuminare il fedele perché individui quei valori umani fondamentali che oggi in Regione (in Comune) meritano di essere preferibilmente e maggiormente difesi e promossi, perché maggiormente misconosciuti o calpestati. Il Magistero della Chiesa è riferimento obbligante in questo aiuto al discernimento del fedele.
Ma il sacerdote deve astenersi completamente dall’indicare quale parte politica ritenga a suo giudizio che dia maggior sicurezza in ordine alla difesa e promozione dei valori umani in questione. Questa indicazione infatti sarebbe in realtà un’indicazione di voto.
La nostra Regione (il nostro Comune di Piacenza), così come l’intera nostra nazione, sta attraversando un momento difficile. Pensiamo in primo luogo e siamo vicini alle famiglie colpite da gravi difficoltà economiche; e a chi ha perduto o rischia di perdere il lavoro.
La consultazione elettorale è una occasione nella quale ogni fedele è invitato ad esercitare mediante il voto una parte attiva nella doverosa edificazione della comunità civile.
In questo modo «la carità diventa carità sociale e politica: la carità sociale ci fa amare il bene comune e fa cercare effettivamente il bene di tutte le persone, considerate non solo individualmente, ma anche nella dimensione sociale che le unisce» [Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa n. 207]”.
Sono certo che questa comunicazione dei Vescovi della nostra Regione sarà di aiuto a ogni ‘fedele laico’ per partecipare in modo responsabile alla vita pubblica, promuovendo il bene comune e operando per un giusto ordine nella società (cfr. Benedetto XVI, Deus caritas est, 29) e nella nostra città di Piacenza. Con la mia Benedizione.
+ Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio
“1. Come Vescovi, la nostra prima inderogabile missione è di annunciare il Vangelo proponendo ad ogni uomo la via della fede, come via della libertà, come via della responsabilità e della salvezza.
Ma il Vangelo che dobbiamo annunciare contiene anche una precisa concezione dell’uomo e di tutta la sua realtà, personale e sociale, che risponde in modo adeguato alle fondamentali esigenze della sua persona.
È questa concezione il nucleo portante della Dottrina Sociale che la Chiesa ha sempre proclamato e testimoniato, e che l’attuale pontefice Benedetto XVI ha mirabilmente sintetizzato nell’espressione «valori non negoziabili».
2. Essi costituiscono patrimonio di ogni persona, perché inscritti nella coscienza morale di ciascuno.
A questi valori anche ogni cristiano deve riferirsi come criterio ineludibile per i suoi giudizi e le sue scelte nell’ordine temporale e sociale.
Eccoli sinteticamente: la dignità della persona umana, costituita ad immagine e somiglianza di Dio, e perciò irriducibile a qualsiasi condizione e condizionamento di carattere personale e sociale; la sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale, inviolabile ed indisponibile a tutte le strutture ed a tutti i poteri; i diritti e le libertà fondamentali della persona: la libertà religiosa, la libertà della cultura e dell’educazione; la sacralità della famiglia naturale, fondata sul matrimonio, sulla legittima unione cioè fra un uomo e una donna, responsabilmente aperta alla paternità e alla maternità; la libertà di intrapresa culturale, sociale, e anche economica in funzione del bene della persona e del bene comune; il diritto ad un lavoro dignitoso e giustamente retribuito, come espressione sintetica della persona umana; l’accoglienza ai migranti nel rispetto della dignità della loro persona e delle esigenze del bene comune; lo sviluppo della giustizia e la promozione della pace; il rispetto del creato.
3. È questo complesso di beni che costituisce l’orizzonte immutabile di ogni giudizio e di ogni impegno cristiano nella società. Persone, raggruppamenti partitici e programmi devono pertanto essere valutati a partire dalla verifica obiettiva del rispetto di quei beni.
Perciò la coscienza cristiana rettamente formata non permette di favorire col proprio voto l’attuazione di un programma politico o la promulgazione di leggi che non siano coerenti coi valori sopraddetti, esprimendo questi le fondamentali esigenze della dignità umana.
4. Siamo consapevoli di avere proposto ai nostri fedeli non solo orientamenti doverosi per l’oggi, ma anche un costante cammino educativo, mediante cui l’assimilazione dei valori della Dottrina Sociale della Chiesa porta a giudizi e a scelte responsabili e coerenti, sottratte ai ricatti dei poteri ideologici e massmediatici o avvilite da interessi particolaristici.
Vorremmo che crescesse, anche in forza di un rinnovato e quotidiano impegno educativo delle nostre Chiese, un laicato che proprio a causa della sua appartenenza ecclesiale, fosse dedito al bene comune della società.
5. La Chiesa non deve prendere «nelle sue mani la battaglia politica» [cfr. Benedetto XVI, Deus caritas est, 28]. Pertanto clero ed organismi ecclesiali devono rimanere completamente fuori dal dibattito e dall’impegno politico pre-elettorale, mantenendosi assolutamente estranei a qualsiasi partito o schieramento politico. Per i sacerdoti questa esigenza è fondata sulla natura stessa del loro ministero (cfr. Congregazione per il Clero, Direttorio per il ministero e la vita dei Presbiteri 33, cpv.1°: EV 14/798).
6. Ma è un diritto dei fedeli essere illuminati dai propri pastori quando devono prendere decisioni importanti. Se un fedele chiedesse al sacerdote come orientarsi nella situazione attuale, il sacerdote tenga presente quanto segue.
Ogni elettore è chiamato ad elaborare un giudizio prudenziale che per definizione non è mai dotato di certezza incontrovertibile. Ma un giudizio è prudente quando è elaborato alla luce sia dei valori (cfr. § 2) umani fondamentali che sono concretamente in questione sia delle circostanze rilevanti in cui siamo chiamati ad agire.
Ciò premesso in linea generale, ogni elettore che voglia prendere una decisione prudente, deve discernere nell’attuale situazione quali valori umani fondamentali sono in questione, e giudicare quale parte politica – per i programmi che dichiara e per i candidati che indica per attuarli – dia maggiore affidamento per la loro difesa e promozione.
L’aiuto che i sacerdoti devono dare quindi consiste nell’illuminare il fedele perché individui quei valori umani fondamentali che oggi in Regione (in Comune) meritano di essere preferibilmente e maggiormente difesi e promossi, perché maggiormente misconosciuti o calpestati. Il Magistero della Chiesa è riferimento obbligante in questo aiuto al discernimento del fedele.
Ma il sacerdote deve astenersi completamente dall’indicare quale parte politica ritenga a suo giudizio che dia maggior sicurezza in ordine alla difesa e promozione dei valori umani in questione. Questa indicazione infatti sarebbe in realtà un’indicazione di voto.
La nostra Regione (il nostro Comune di Piacenza), così come l’intera nostra nazione, sta attraversando un momento difficile. Pensiamo in primo luogo e siamo vicini alle famiglie colpite da gravi difficoltà economiche; e a chi ha perduto o rischia di perdere il lavoro.
La consultazione elettorale è una occasione nella quale ogni fedele è invitato ad esercitare mediante il voto una parte attiva nella doverosa edificazione della comunità civile.
In questo modo «la carità diventa carità sociale e politica: la carità sociale ci fa amare il bene comune e fa cercare effettivamente il bene di tutte le persone, considerate non solo individualmente, ma anche nella dimensione sociale che le unisce» [Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa n. 207]”.
Sono certo che questa comunicazione dei Vescovi della nostra Regione sarà di aiuto a ogni ‘fedele laico’ per partecipare in modo responsabile alla vita pubblica, promuovendo il bene comune e operando per un giusto ordine nella società (cfr. Benedetto XVI, Deus caritas est, 29) e nella nostra città di Piacenza. Con la mia Benedizione.
+ Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio
Argomenti
Ambrosio
venerdì 10 febbraio 2012
Il cardinale Scola nel duomo di Piacenza
Si è riunito ieri mattina, giovedì 9 febbraio, nella Sala degli Affreschi di Palazzo Vescovile, il Consiglio Presbiterale Diocesano: ha presieduto i lavori il vescovo mons. Gianni Ambrosio; ha coordinato i lavori mons. Aldo Maggi.
In apertura il vicario generale mons. Giuseppe Illica, nel quadro delle comunicazioni sulla vita diocesana, ha ricordato le prossime scadenze tra cui: il 23 febbraio ritiro del clero nella parrocchia cittadina di Santa Franca; sabato 25 febbraio riunione del Consiglio Pastorale Diocesano; 1° marzo riunione del Consiglio Presbiterale Diocesano; in cattedrale lectio divina con il teologo p. Sequeri; dal 2 al 4 marzo esercizi spirituali dei giovani a Bose; 11 marzo giornata diocesana dei Catechisti; 16 marzo veglia di Quaresima dei giovani nei vicariati; sabato 31 marzo consegna delle palme ai giovani; 15 – 22 aprile settimana eucaristica nelle zone con conclusione domenica 22 aprile con una festa dei ragazzi a Piacenza al Campo Daturi; 28 – 30 aprile Tour de vie dei giovani ad Assisi; 3 maggio in cattedrale lectio divina con il cardinale di Milano Angelo Scola.
Alcuni appuntamenti sono stati illustrati dal vicario episcopale per la pastorale mons. Giuseppe Busani che, in particolare, ha poi presentato la scheda predisposta in vista del rinnovo degli organi di partecipazione.
Com’è noto in tutta la diocesi i vari organismi di partecipazione (Consigli pastorali parrocchiali, di unità pastorale e diocesano) stanno vivendo una pausa, durante la quale sono stati esaminati i motivi delle difficoltà che il settore sta attraversando; questo in vista della ripresa dei lavori con il rinnovo dei vari organismi.
Il documento illustrato da mons. Busani ai presbiteri riassume quanto è emerso nel lavoro di verifica a livello centrale e periferico. “Abbiamo dedicato gli ultimi incontri del Consiglio Presbiterale e del Consiglio Pastorale ad una verifica della situazione degli organismi di partecipazione. Dal confronto - si legge nel documento - sono emersi principalmente tre aspetti: i momenti formalmente costituiti hanno il grande valore di educare alla corresponsabilità e di far vivere l’esperienza della Chiesa comunione. Nella realtà si constata una certa disaffezione. Collaborare, ascoltare l’altro, lavorare insieme richiedono fatica e pazienza; non è sufficiente convocare un organismo, è necessario che si presti la dovuta attenzione al modo di operare (stile e metodo); le persone che partecipano hanno bisogno di essere formate e di essere sostenute nelle motivazioni.
“Questi tre aspetti - il valore formativo per la comunità ecclesiale degli organismi di partecipazione, la cura del loro funzionamento, il sostegno formativo dei partecipanti - valgono a prescindere dalle forme concrete e dal numero dei partecipanti che vanno declinati a seconda del contesto.
“Le riflessioni svolte hanno inoltre messo chiaramente in evidenza due esigenze operative: la semplificazione delle modalità elettive e della composizione; il maggior raccordo tra i diversi livelli: parrocchia, unità pastorale, diocesi”.
Vengono poi ricordati i dati tecnici tra cui la composizione e il funzionamento degli organismi; ci si sofferma ad analizzare un organismo che ha mostrato maggiori difficoltà, il Consiglio di Unità pastorale; si ricorda che tutte le parrocchie sono tenute ad avere un Consiglio per gli affari economici e poi si indicano i tempi per il rinnovo.
Quest’ultimo è un settore su cui il Consiglio Presbiterale ha dato proprie indicazioni: con l’inizio del prossimo anno pastorale vi sarà un periodo per la preparazione e la costituzione dei Comitati parrocchiali per le elezioni che poi si terranno all’inizio del 2013 per non interferire con la normale attività pastorale delle parrocchie. Ci si è soffermati anche sui temi: il prossimo anno sarà ancora dedicato alla Fede e vedrà la ricorrenza del cinquantesimo del Concilio Ecumenico Vaticano II; inoltre – hanno indicato alcuni membri del Presbiterale – sarà opportuno valutare i contributi, quali il ruolo dei laici, emersi durante gli anni della Missione popolare.
Un’attenzione particolare è stata rivolta anche ai Consigli di Unità Pastorale che costituiscono l’anello debole nel settore della partecipazione: ciò dipende, hanno osservato alcuni, che l’Unità Pastorale non è ancora entrata nella cultura della comunità diocesana. La scheda, rivista dopo i contributi emersi dalla discussione, verrà resa nota in tempi brevi. L’analisi di questo tema ha dato modo al Consiglio di analizzare l’attuale crisi della partecipazione: vi sono state voci che hanno richiamato le difficoltà che sta vivendo la stessa comunità ecclesiale, ma non sono mancate note di speranza che hanno richiamato l’importanza che sta rivestendo, in un momento di individualismo come il nostro, l’apporto positivo dei giovani. “Cerchiamo di cogliere – è stato detto – la speranza che è nei giovani”.
Lo stesso vescovo mons. Gianni Ambrosio ha sottolineato la necessità di fare leva sui giovani; ha invitato a cogliere l’occasione del cinquantesimo del Concilio per ritrovare la freschezza del Magistero della Chiesa insito nei lavori conciliari; ha pure invitato tutti a stimolare la vita di partecipazione nelle Unità pastorali, organismo giovane che manca di una tradizione.
Il Vescovo in precedenza aveva parlato del suo recente viaggio missionario in Uganda in occasione del quarantesimo di fondazione di Africa Mission. La storia e la situazione attuale di Africa Mission stanno ad indicare – ha commentato il Vescovo - la grande sensibilità missionaria della Chiesa piacentina. Altamente positivo il giudizio espresso sull’attività del movimento.
Mons. Ambrosio è poi intervenuto sul tema delle prossime elezioni amministrative. Era infatti all’ordine del giorno un contributo dell’Ufficio diocesano per la pastorale sociale e del lavoro sui rapporti Chiesa locale e istituzioni e realtà della comunità civile; tale argomento non è stato affrontato per mancanza di tempo; il Consiglio ne parlerà in una prossima riunione.
Sempre in questo contesto il Vescovo ha dato lettura di un suo documento in vista delle prossime elezioni amministrative. Data l’importanza di tale testo, e per non cadere in eccessive semplificazioni che rischierebbero di falsare il contenuto, si pensa di fare cosa opportuna trasmettere in allegato l’intero documento.
Durante la seduta il Consiglio ha preso atto (vi sono stati anche alcuni contributi, ma l’argomento non era all’ordine del giorno) delle indicazioni secondo cui, in via si un prossimo regolamento, le Unità pastorali entro giugno dovranno segnalare i progetti da privilegiare nell’assegnazione dei fondi per l’edilizia di culto (della CEI e della Fondazione). A questo proposito è stata consegnata ai Presbiteri anche una recente nota della CEI.
In apertura il vicario generale mons. Giuseppe Illica, nel quadro delle comunicazioni sulla vita diocesana, ha ricordato le prossime scadenze tra cui: il 23 febbraio ritiro del clero nella parrocchia cittadina di Santa Franca; sabato 25 febbraio riunione del Consiglio Pastorale Diocesano; 1° marzo riunione del Consiglio Presbiterale Diocesano; in cattedrale lectio divina con il teologo p. Sequeri; dal 2 al 4 marzo esercizi spirituali dei giovani a Bose; 11 marzo giornata diocesana dei Catechisti; 16 marzo veglia di Quaresima dei giovani nei vicariati; sabato 31 marzo consegna delle palme ai giovani; 15 – 22 aprile settimana eucaristica nelle zone con conclusione domenica 22 aprile con una festa dei ragazzi a Piacenza al Campo Daturi; 28 – 30 aprile Tour de vie dei giovani ad Assisi; 3 maggio in cattedrale lectio divina con il cardinale di Milano Angelo Scola.
Alcuni appuntamenti sono stati illustrati dal vicario episcopale per la pastorale mons. Giuseppe Busani che, in particolare, ha poi presentato la scheda predisposta in vista del rinnovo degli organi di partecipazione.
Com’è noto in tutta la diocesi i vari organismi di partecipazione (Consigli pastorali parrocchiali, di unità pastorale e diocesano) stanno vivendo una pausa, durante la quale sono stati esaminati i motivi delle difficoltà che il settore sta attraversando; questo in vista della ripresa dei lavori con il rinnovo dei vari organismi.
Il documento illustrato da mons. Busani ai presbiteri riassume quanto è emerso nel lavoro di verifica a livello centrale e periferico. “Abbiamo dedicato gli ultimi incontri del Consiglio Presbiterale e del Consiglio Pastorale ad una verifica della situazione degli organismi di partecipazione. Dal confronto - si legge nel documento - sono emersi principalmente tre aspetti: i momenti formalmente costituiti hanno il grande valore di educare alla corresponsabilità e di far vivere l’esperienza della Chiesa comunione. Nella realtà si constata una certa disaffezione. Collaborare, ascoltare l’altro, lavorare insieme richiedono fatica e pazienza; non è sufficiente convocare un organismo, è necessario che si presti la dovuta attenzione al modo di operare (stile e metodo); le persone che partecipano hanno bisogno di essere formate e di essere sostenute nelle motivazioni.
“Questi tre aspetti - il valore formativo per la comunità ecclesiale degli organismi di partecipazione, la cura del loro funzionamento, il sostegno formativo dei partecipanti - valgono a prescindere dalle forme concrete e dal numero dei partecipanti che vanno declinati a seconda del contesto.
“Le riflessioni svolte hanno inoltre messo chiaramente in evidenza due esigenze operative: la semplificazione delle modalità elettive e della composizione; il maggior raccordo tra i diversi livelli: parrocchia, unità pastorale, diocesi”.
Vengono poi ricordati i dati tecnici tra cui la composizione e il funzionamento degli organismi; ci si sofferma ad analizzare un organismo che ha mostrato maggiori difficoltà, il Consiglio di Unità pastorale; si ricorda che tutte le parrocchie sono tenute ad avere un Consiglio per gli affari economici e poi si indicano i tempi per il rinnovo.
Quest’ultimo è un settore su cui il Consiglio Presbiterale ha dato proprie indicazioni: con l’inizio del prossimo anno pastorale vi sarà un periodo per la preparazione e la costituzione dei Comitati parrocchiali per le elezioni che poi si terranno all’inizio del 2013 per non interferire con la normale attività pastorale delle parrocchie. Ci si è soffermati anche sui temi: il prossimo anno sarà ancora dedicato alla Fede e vedrà la ricorrenza del cinquantesimo del Concilio Ecumenico Vaticano II; inoltre – hanno indicato alcuni membri del Presbiterale – sarà opportuno valutare i contributi, quali il ruolo dei laici, emersi durante gli anni della Missione popolare.
Un’attenzione particolare è stata rivolta anche ai Consigli di Unità Pastorale che costituiscono l’anello debole nel settore della partecipazione: ciò dipende, hanno osservato alcuni, che l’Unità Pastorale non è ancora entrata nella cultura della comunità diocesana. La scheda, rivista dopo i contributi emersi dalla discussione, verrà resa nota in tempi brevi. L’analisi di questo tema ha dato modo al Consiglio di analizzare l’attuale crisi della partecipazione: vi sono state voci che hanno richiamato le difficoltà che sta vivendo la stessa comunità ecclesiale, ma non sono mancate note di speranza che hanno richiamato l’importanza che sta rivestendo, in un momento di individualismo come il nostro, l’apporto positivo dei giovani. “Cerchiamo di cogliere – è stato detto – la speranza che è nei giovani”.
Lo stesso vescovo mons. Gianni Ambrosio ha sottolineato la necessità di fare leva sui giovani; ha invitato a cogliere l’occasione del cinquantesimo del Concilio per ritrovare la freschezza del Magistero della Chiesa insito nei lavori conciliari; ha pure invitato tutti a stimolare la vita di partecipazione nelle Unità pastorali, organismo giovane che manca di una tradizione.
Il Vescovo in precedenza aveva parlato del suo recente viaggio missionario in Uganda in occasione del quarantesimo di fondazione di Africa Mission. La storia e la situazione attuale di Africa Mission stanno ad indicare – ha commentato il Vescovo - la grande sensibilità missionaria della Chiesa piacentina. Altamente positivo il giudizio espresso sull’attività del movimento.
Mons. Ambrosio è poi intervenuto sul tema delle prossime elezioni amministrative. Era infatti all’ordine del giorno un contributo dell’Ufficio diocesano per la pastorale sociale e del lavoro sui rapporti Chiesa locale e istituzioni e realtà della comunità civile; tale argomento non è stato affrontato per mancanza di tempo; il Consiglio ne parlerà in una prossima riunione.
Sempre in questo contesto il Vescovo ha dato lettura di un suo documento in vista delle prossime elezioni amministrative. Data l’importanza di tale testo, e per non cadere in eccessive semplificazioni che rischierebbero di falsare il contenuto, si pensa di fare cosa opportuna trasmettere in allegato l’intero documento.
Durante la seduta il Consiglio ha preso atto (vi sono stati anche alcuni contributi, ma l’argomento non era all’ordine del giorno) delle indicazioni secondo cui, in via si un prossimo regolamento, le Unità pastorali entro giugno dovranno segnalare i progetti da privilegiare nell’assegnazione dei fondi per l’edilizia di culto (della CEI e della Fondazione). A questo proposito è stata consegnata ai Presbiteri anche una recente nota della CEI.
Argomenti
consiglio presbiterale
domenica 29 gennaio 2012
Ambrosio in Africa: grazie alla chiesa missionaria
Un viaggio pastorale in Uganda per vedere da vicino la realtà fondata da monsignor Enrico Manfredini e da don Vittorio Pastori. Lo sta affrontando il vescovo Gianni ambrosio che si è recato prima a Kampala, poi a Moroto, nei luoghi di Africa Mission e del suo braccio operativo, l'ong Cooperazione e Sviluppo. E' la prima volta che un vescovo di Piacenza-Bobbio visita l'Uganda dopo la fondazione del movimento missionario da parte del vescovo Enrico Manfredini e dell'allora Vittorio Pastori nel 1972. Nè il vescovo Antonio Mazza, nè il vescovo Luciano Monari ebbero mai l'occasione di scendere nella terra dei Karimojong in visita pastorale. Vi riesce monsignor ambrosio in un momento importante per Africa Mission: il suo quarantesimo anniversario dalla fondazione.
«Vado volentieri a vedere che cosa si sta facendo in Uganda» aveva detto Ambrosio prima di partire. «Penso che sia importante - evidenzia il vescovo - avere questo sguardo missionario verso terre come ad esempio Brasile e Africa affinchè si possa respirare uno stile di vita diverso, di dedizione, di volontariato, che deve segnare in qualche modo la vita del pastore di una chiesa e della chiesa stessa» «Tutto questo - osserva Ambrosio - assume un significato particolare in una terra in cui opera una realtà fondata da don Vittorione e dal vescovo Manfredini. Nonostante Africa Mission sia ramificata in gran parte d'Italia, il suo cuore batte sempre a Piacenza ed è bene che rimanga qui». Infine l'Africa, un continente dalle grandi potenzialità che non deve essere lasciato solo. «E' la prima volta che mi reco nell'Africa sub-sahariana ma nella mia mia esperienza di assistente dell'Università Cattolica del Sacro Cuore ho più volte accompagnato alla laurea studenti provenienti da quelle zone. Studenti che una volta inseritisi nel mondo della ricerca hanno mantenuto con me i contatti e mi hanno fatto avere le loro pubblicazioni. Lo sviluppo, anche di quelle terre, passa proprio da qui: dall'educazione».
«Vado volentieri a vedere che cosa si sta facendo in Uganda» aveva detto Ambrosio prima di partire. «Penso che sia importante - evidenzia il vescovo - avere questo sguardo missionario verso terre come ad esempio Brasile e Africa affinchè si possa respirare uno stile di vita diverso, di dedizione, di volontariato, che deve segnare in qualche modo la vita del pastore di una chiesa e della chiesa stessa» «Tutto questo - osserva Ambrosio - assume un significato particolare in una terra in cui opera una realtà fondata da don Vittorione e dal vescovo Manfredini. Nonostante Africa Mission sia ramificata in gran parte d'Italia, il suo cuore batte sempre a Piacenza ed è bene che rimanga qui». Infine l'Africa, un continente dalle grandi potenzialità che non deve essere lasciato solo. «E' la prima volta che mi reco nell'Africa sub-sahariana ma nella mia mia esperienza di assistente dell'Università Cattolica del Sacro Cuore ho più volte accompagnato alla laurea studenti provenienti da quelle zone. Studenti che una volta inseritisi nel mondo della ricerca hanno mantenuto con me i contatti e mi hanno fatto avere le loro pubblicazioni. Lo sviluppo, anche di quelle terre, passa proprio da qui: dall'educazione».
Argomenti
Ambrosio
Iscriviti a:
Post (Atom)


