lunedì 9 novembre 2009

Conferenza Episcopale Italiana

Conferenza Episcopale Italiana
60a ASSEMBLEA GENERALE
Assisi, 9 - 12 novembre 2009

PROLUSIONE
DEL CARDINALE PRESIDENTE


La specificità di questo incontro mi induce a proporre una riflessione
di avvio che probabilmente non segue il ritmo consueto, per piegarsi
maggiormente ai temi che attendono il nostro esame. Spero con ciò di
rendermi utile a quel comune compito del discernimento cristiano che è
condizione per poter proficuamente affrontare le questioni inerenti
alla vita e alla missione della Chiesa pellegrina in Italia.

1. Una certa risonanza ha avuto nelle settimane scorse, ma assai di
più ne avrebbe meritato, l'annuncio choccante che sette nostri
fratelli cristiani sono stati orribilmente uccisi nel Sudan
meridionale in una macabra parodia della crocifissione. Erano giovani
dai quindici ai vent'anni, e sono stati strappati alle loro famiglie
mentre pregavano in chiesa, il che documenta una volta di più la
drammatica situazione di quella regione alle prese con una
recrudescenza di instabilità sociale nella quale si innestano i raid
condotti da ribelli armati provenienti da Paesi vicini. Il tipo di
supplizio non può non impressionare, a duemila anni di distanza da
quello impareggiabilmente patito dal Signore Gesù, vittima innocente
per i peccati del mondo. La notizia ha comprensibilmente impressionato
l'assemblea speciale del secondo Sinodo per l'Africa riunitasi in
Vaticano dal 4 al 25 ottobre scorso, e ha non poco contribuito a
collegare nei nostri pensieri quell'incontro all'epopea apostolica,
rafforzando il carattere di profezia che lo stesso incontro è andato
svelando agli occhi dell'intera comunità ecclesiale. Davvero anche
il nostro è tempo di martiri, per quanto ai popoli della libertà
talora sprecata possa sembrare incredibile, e quasi impossibile.
Sappiamo per altro che il sacrificio della vita è ogni anno richiesto
a un numero elevato di operai del Vangelo. Nel suo Messaggio per la
recente Giornata Missionaria mondiale, Benedetto XVI spiegava: «La
Chiesa si pone sulla stessa via e subisce la stessa sorte di Cristo,
perché non agisce in base ad una logica umana o contando sulle ragioni
della forza, ma seguendo la via della Croce e facendosi, in obbedienza
filiale al Padre, testimone e compagna di viaggio di questa
umanità» (n. 4). Ed è per questo motivo che, guardando negli occhi
quanti incontra sul proprio cammino, la Chiesa sa di non agire «per
estendere il suo potere o affermare il suo dominio, ma per portare a
tutti Cristo, salvezza del mondo. Noi – aggiungeva – non chiediamo
altro che metterci al servizio dell'umanità, specialmente di quella
più sofferente ed emarginata» (cfr ib., introduzione).
Non pochi insegnamenti ci sono pervenuti dalla cronache di quella
assise nei termini sia di una innegabile freschezza evangelica sia di
intraprendenza di strade nuove, in particolare su quella frontiera
della riconciliazione che era uno dei poli tematici del sinodo. Per
ragioni storiche come per i drammi politici recenti, l'Africa ha
bisogno di ritrovarsi attorno al focolare del perdono e del
rinnovamento, come condizione indispensabile di ogni dinamismo aperto
al futuro. E le testimonianze offerte all'assemblea sono state
effettivamente impressionanti: esse hanno, com'è noto, le migliori
interpreti nelle donne d'Africa, «spina dorsale» del continente su
cui maggiormente pesano i passi dell'esodo dai conflitti, come dalla
miseria di cui i conflitti sono portatori. Una riconciliazione che –
è stato detto da una testimone – «non consista tanto nel rimettere
insieme persone o gruppi, quanto nel rimettere tutti in contatto con
l'amore e lasciare che avvenga la guarigione interiore». Su questo
punto è avvenuta, pare a me, la saldatura più alta tra quelle
esistenze redente e l'annuncio del Vangelo che non è «una filosofia
[…] ma un modo di vivere, […] è carità, è amore. Solo così
diventiamo cristiani: se la fede si trasforma in carità, se è
carità» (Benedetto XVI, Meditazione all'Ora Terza, 5 ottobre 2009).

2. Per i cittadini e i Paesi del Nord del mondo, il recente Sinodo
sull'Africa doveva essere l'occasione propizia per una
disinteressata disamina delle proprie responsabilità. Così ci saremmo
potuti scuotere dall'apatia con cui generalmente si guarda a quel
grande Continente che a troppi fa comodo mantenere in una indegna
subalternità. Chi non sente oggi il desiderio di uscire finalmente dai
luoghi comuni infarciti di stucchevole pietismo? Parole forti infatti
sono state pronunciate sui «tossici rifiuti spirituali» che le
regioni ricche della terra scaricano sulle povere, sui conflitti
armati dovuti, più che al tribalismo, all'ingordigia delle
multinazionali protese ad uno sfruttamento in esclusiva delle risorse
strategiche, e su certo colonialismo «finito sul piano politico» ma
«mai del tutto terminato» sul piano culturale ed economico. Parole
forti, dicevo, che forse hanno avuto un ascolto debole, anche per il
rilancio troppo flebile che i media internazionali hanno riservato a
questo appuntamento. Che andava e va tuttavia accostato con
l'atteggiamento di simpatia di cui si è fatto ad esempio interprete
il Papa quando, all'avvio dei lavori, ha parlato dell'Africa come
della terra «depositaria di un tesoro inestimabile per il mondo
intero: il suo profondo senso di Dio». Un tesoro da preservare
rispetto al materialismo pratico che, combinato con il pensiero
relativista e nichilista, costituisce la pericolosa patologia di cui è
prodigo l'Occidente. Certo, l'Africa rappresenta un «polmone
spirituale» per «un'umanità in crisi di fede e di speranza». La
forza straordinaria della mentalità africana è di essere, con la sua
prorompente spiritualità popolare, la sua istintiva fede nel Dio
creatore, la sua sbalorditiva attitudine religiosa, una costante
provocazione per tutti i sazi e i distratti del mondo cosiddetto
sviluppato. E se sugli africani pesa il compito – sono parole di Papa
Benedetto – di «razionalizzare la fede» cercando di far emergere
una riflessione culturale molto spesso sommersa e sopita, c'è da
augurarsi che essi stessi arricchiscano la loro coscienza critica,
indispensabile per uscire dalle situazioni di corruzione e di degrado
che una spesso esosa classe dirigente, magari alleata con le potenze
straniere, sta loro infliggendo.
La mancanza di cibo continua ad essere il flagello principale
dell'Africa, mentre raggiungere la sicurezza alimentare resta
l'obiettivo primario, specialmente in tempi di crisi economica. «La
Chiesa si impegna – ha affermato il Papa al momento del congedo dei
Padri sinodali – anche ad operare, con ogni mezzo disponibile,
perché a nessun africano manchi il pane quotidiano» (Omelia per la
Conclusione della II Assemblea speciale per l'Africa, 25 ottobre
2009). Non è un caso che proprio quello della sicurezza alimentare sia
il tema della Giornata mondiale dell'Alimentazione in calendario per
il prossimo 16 novembre, giorno in cui Benedetto XVI si recherà a far
visita alla sede della FAO, in Roma, dove inaugurerà un vertice
mondiale dei capi di Stato e di governo, e dove si è fatto precedere
da un Messaggio in cui avverte che l'«accesso al cibo», prima di
essere un «bisogno elementare», è «diritto fondamentale delle
persone e dei popoli». Citando la Caritas in veritate, il Santo Padre
segnala come il dramma della fame potrà essere superato solo
«eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo
sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in
infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in
organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche
agricole appropriate, capaci di utilizzare al meglio le risorse umane,
naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello
locale» (n. 27). Dal punto di vista scientifico ormai è assodato che
il fenomeno della fame non dipende tanto dalla scarsità materiale
delle risorse quanto da fattori sociali e istituzionali, ai quali
occorre volersi applicare senza ulteriori esitazioni. Nell'arco di
alcuni decenni bisognerà saper procurare il 70 per cento di cibo in
più se si vuole non far trovare la credenza vuota quando la
popolazione mondiale sfiorerà – a metà del secolo – i nove
miliardi di persone. Ricordiamo con il Papa che «la via solidaristica
allo sviluppo dei popoli» è di per sé non una complicazione ma «un
progetto di soluzione della crisi globale in atto» (ib.), dunque un
traguardo perseguibile dalla volontà politica dei cittadini e dei
governi. «La globalizzazione – ha aggiunto Benedetto XVI domenica 25
ottobre – è una realtà umana e come tale è modificabile secondo
l'una o l'altra impostazione culturale» (Omelia cit.). Dunque, non
è eticamente autorizzato alcun atteggiamento fatalista.
Il nostro Paese, con la sua esposizione geografica, quasi a ponte tra
Nord e Sud del mondo, è chiamato a rinvigorire la propria tradizionale
apertura ai popoli africani, aiutandoli anzitutto a promuovere il loro
sviluppo interno, e trovando le formule più adeguate per un
partenariato in grado di onorare la nostra e altrui dignità. Dal punto
di vista etico-culturale desideriamo che i nostri cristiani si sentano
cittadini del mondo, corresponsabili della sorte degli altri. In
questo senso, ai media che hanno vita dalle nostre comunità è chiesto
di continuare a svolgere un importante ruolo di informazione e quando
serve di contro-informazione. A livello ecclesiale, il dinamismo ad
gentes resterà un dato qualificante l'intera nostra pastorale, una
visione di Chiesa che si traguarda sempre con gli altri, e mai senza
di loro. Quella che ci attende insomma è una missionarietà realmente
più consapevole. Tale peraltro è l'ansia genuina che sentiamo
premere nel cuore (cfr Benedetto XVI, Saluto all'Angelus, 18 ottobre
2009), un'ansia che scaturisce non da insoddisfazione ma dalla gioia:
«Essa – anche senza volerlo – possiede una forza missionaria.
Suscita infatti negli uomini la domanda se non si trovi forse
veramente qui la via, se questa gioia non guidi forse effettivamente
sulle tracce di Dio stesso» (Benedetto XVI, Omelia alla Celebrazione
Eucaristica con il circolo degli ex-alunni del Santo Padre, Castel
Gandolfo, 30 agosto 2009).

3. La chiave missionaria mi pare la più indicata anche per comprendere
l'iniziativa che nelle ultime settimane ha preso configurazione nei
riguardi dei fratelli – chierici e fedeli – anglicani che da tempo
chiedevano di entrare nella piena comunione con la Chiesa cattolica.
Allorché si era trattato di impostare correttamente la questione del
reintegro nella comunione ecclesiale dei vescovi lefebvriani, il Papa
precisò: «Il vero problema, in questo momento della storia, è che
Dio sparisce dall'orizzonte degli uomini e con lo spegnersi della
luce proveniente da Dio l'umanità viene colta dalla mancanza di
orientamenti, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di
più» (Benedetto XVI, Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica, 10
marzo 2009). Ebbene, per le modalità in cui è maturata ed è stata
anche annunciata l'iniziativa oggi riguardante gli anglicani, e per
la sapienza che complessivamente la ispira, non possiamo non vedervi
riflessa l'impronta dell'attuale Pontefice, indomito e dolce,
coraggioso e illuminato. L'aver disposto, con innovazione anche
canonica, che siano istituiti degli appositi Ordinariati personali
così che quanti entrano nella piena comunione cattolica, accettando
dunque anche il ministero petrino come elemento voluto da Cristo,
conservino nel contempo elementi dello specifico patrimonio spirituale
e liturgico, appare effettivamente una scelta «ragionevole» per
andare incontro «in modo unitario ed equo», cioè equilibrato, alle
richieste pervenute. Vediamo qui applicato il principio paolino: «Un
solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,5), chiariva il
cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina
della Fede; la nostra comunione lungi dall'essere minacciata, viene
come «rafforzata da simili diversità legittime, e siamo pertanto
felici che questi uomini e donne offrano il loro contributo
particolare alla nostra comune vita di fede». In questo senso si
inquadrano le novità connesse a tale decisione che, è già stato
autorevolmente affermato e tutto lascia prevedere, non comprometterà
il prosieguo del dialogo interconfessionale. Tutt'altro, dunque, che
una decisione scaturita da un indebolimento, ma piuttosto la felice
applicazione di quanto Papa Benedetto chiedeva nella citata Lettera ai
Vescovi cattolici: perché mai «non dovrebbe la grande Chiesa
permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo
respiro che possiede?». Diciamo che, nella circostanza data, c'è
qualcosa di illuminante circa l'effettiva volontà («impegno
primario») della Sede Apostolica – volontà su cui taluno
ciclicamente dubita – di operare nel senso della «purificazione
della memoria», lavorando «senza risparmio di energie alla
ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di
Cristo» (Benedetto XVI, Primo Messaggio ai Cardinali elettori in
Cappella Sistina, 20 aprile 2005). Non ci resta dunque che ringraziare
il Santo Padre per l'iniziativa intrapresa, che – ne siamo certi
– non mancherà di produrre frutti positivi.
E grazie vogliamo dirgli per la visita che proprio ieri ha compiuto a
Brescia, terra natale di Paolo VI, e in particolare per la visione di
Chiesa, «povera e libera» che ha voluto offrirci. D'altra parte,
non si condensa forse nell'amore alla Chiesa l'eredità più
significativa del grande Pontefice bresciano? «Come non vedere –
chiosava Benedetto XVI – che la questione della Chiesa, della sua
necessità nel disegno di salvezza e del suo rapporto con il mondo,
rimane anche oggi assolutamente centrale?» (Omelia in Piazza Paolo VI,
Brescia, 8 novembre 2009).

4. La stessa ermeneutica della missione ci aiuta a collocare nella
prospettiva più consona l'Anno Sacerdotale che ormai ferve nelle
nostre Chiese. Il sacerdote di questo inizio del terzo millennio
cristiano è, nella sua identità più profonda, uguale al sacerdote di
sempre, quello scaturito dal Cenacolo, ossia la ripresentazione
sacramentale di Gesù sacerdote, il segno visibile che Cristo ha
lasciato di se stesso come capo e come buon pastore, che dà la vita
per le sue pecore (cfr Gv 10, 11). La meditazione sulla figura del
Santo Curato d'Ars ci fornisce gli elementi per capire che essa è
intagliata nella sostanza viva del sacerdozio cattolico, quella che
non passa mai di moda, non deperisce né sbiadisce, non invecchia
perché previene i tempi, appartenendo a tutti i tempi. E tuttavia ogni
epoca ha in qualche modo il diritto di caricare la figura del prete di
attese specifiche. E allora diremo che, nella società contemporanea,
il sacerdote è chiamato ad essere, più di sempre, uomo dello spirito,
ossia l'uomo che si affida anzitutto non alla ricerca di forme
pastorali meglio adeguate, o a qualche raffinata scienza accademica, o
ad un'organizzazione efficiente del tempo, ma ad uno scavo, ad un
approfondimento inesausto, ad un'adesione interiore e amata
all'essenziale della propria missione: se dovesse mancare, anche le
metodiche più raffinate resterebbero inefficaci. Il sacerdote deve
trovare la sorgente della santità nell'oggetto del suo sacerdozio,
nella carità pastorale di cui la sua missione è come impregnata.
Allora non cercherà evasioni, né cercherà compensazioni, ma sarà
pago della missione che incombe sulla sua anima, e la farà fiorire
nella sua personalità. E in questo processo di identificazione tra
l'evento interiore e i modi esteriori, egli diventa l'uomo dello
spirito, che vince sulle costrizioni della materia. «La grande
sventura di noi parroci – diceva Giovanni Maria Vianney – è che
l'anima si intorpidisce». Ogni vero prete non si tira indietro
rispetto alla missione, e questo – a ben guardare – è tipico della
figura sacerdotale che nei secoli ha preso forma nel nostro Paese. Sia
che stiano nel tempio, sia che visitino le famiglie – specialmente
nella benedizione annuale - sia che animino le attività pastorali, i
nostri sono sacerdoti che si sentono mandati a tutti, destinati a
tutti, anche ai non frequentanti, anche a coloro che sono tiepidi o
freddi rispetto all'appartenenza religiosa, e per questo loro slancio
devono sapere di essere da noi Vescovi ringraziati, sostenuti,
ammirati. Nel testo indirizzato ad ogni sacerdote all'inizio di
questo anno speciale, Benedetto XVI ricorda come il Santo Curato
d'Ars, che pure si poteva intendere in un certo qual senso trasferito
di abitazione nella sua chiesa, era però capace di «abitare
attivamente tutto il territorio della sua parrocchia» (Lettera per
l'Anno sacerdotale, 16 giugno 2009). Direi che qui c'è un tratto
caratteristico del modello – se l'espressione può passare – del
sacerdozio pastorale, del prete cioè che considera propria una
missione coestesa a tutto il territorio a lui affidato. Non è l'uomo
consacrato che semplicemente custodisce la sacralità del tempio, e
colà attende che il popolo arrivi secondo rigidi orari, pur se proprio
lì esercita un ruolo unico e indispensabile; egli è l'uomo
conquistato da Dio per accompagnare e magari sorprendere gli abitanti
del suo territorio là dove vivono, per andarli a trovare, a cercare, a
scovare. In questo è, ad un titolo speciale, immagine di quel Padre
che non si dà pace finché non fa sentire ciascuno dei suoi figli
amati e desiderati, amati e rincorsi, amati e infine ritrovati. Essere
prete è la vocazione di chi sta accanto alla propria gente come
testimone di misericordia. Senza la percezione della divina
misericordia, infatti, gli uomini di oggi non sopportano la verità.
Per questo Cristo vuole la Chiesa maestra e madre! In un mondo
dell'efficienza e privo di misericordia, ciascuno tende ad auto-
giustificarsi e magari ad accusare gli altri. Fino a quando non scopre
di essere già raccolto nel palmo della mano di Dio, e tenuto stretto
al suo cuore divino. Già, il sacerdote è l'uomo del cuore, ne
conosce gli abissi, e così diventa lo specialista di Dio. Sa cioè
coltivare «quella "scienza dell'amore" che si apprende solo nel
"cuore a cuore" con Cristo. […] Proprio per questo noi sacerdoti
non dobbiamo mai allontanarci dalla sorgente dell'amore che è il suo
Cuore trafitto sulla croce. E solo così saremo in grado di cooperare
efficacemente al misterioso "disegno del Padre" che consiste nel
"fare di Cristo il cuore del mondo"» (Benedetto XVI, Omelia per
l'apertura dell'Anno Sacerdotale, 19 giugno 2009).

5. Una delle situazioni nelle quali un sacerdote in cura d'anime
maggiormente vive l'afflato missionario è quella che riguarda la
morte di qualche componente la comunità cristiana, evento ricorrente
nella dinamica di una vita parrocchiale. Non a caso noi Vescovi stiamo
sottolineando la circostanza della nuova edizione italiana del Rito
delle Esequie con l'intendimento di volerne esplicitare le
virtualità di annuncio rispetto alla novità portata da Cristo Gesù
dinanzi al mistero della morte (cfr Gv 11,23-26). Questo mese di
novembre, poi, è contrassegnato proprio dalla memoria per i fedeli
defunti. L'Ottavario dei Morti, connesso con la Commemorazione dei
Fedeli defunti, in calendario per il giorno 2 novembre, all'indomani
cioè della Solennità di Tutti i Santi, resiste come formula
tutt'altro che superata non solo per una preghiera più intensa, ma
anche per una catechesi meglio centrata sull'esito finale della vita
umana. Mi pare infatti che oggi sia diffusa la consapevolezza
dell'urgenza di aiutare i nostri fratelli a pensare in maniera meno
evasiva alla prospettiva dell'appuntamento con la morte come di una
tappa non estirpabile dall'orizzonte concreto, comunque incombente
sulla vita di ciascuno. E come la frequentazione di ambienti
ospedalieri potrebbe talora rivelarsi quanto di più educativo per
interiorizzare la fragilità connessa alla vita, così la capacità di
vivere l'appuntamento con «sorella morte», allorché essa si
materializza di fianco a noi, è un segno di intelligenza e un modo
prezioso per imparare a vivere davvero. Capita sovente di trovarci a
riflettere sulla tendenza a considerare privatisticamente anche
l'esperienza della morte. L'individualismo, che è cifra marcata di
questa post-modernità, raggiunge ai limiti della vita una delle sue
esasperazioni più impressionanti. Anche quando la maschera della morte
scende sul volto dei propri cari, dunque si fa più prossima e meno
facilmente evitabile, anche allora non di rado si tende a rimuovere
l'evento, a scantonarlo, a scongiurare ogni coinvolgimento. Il
fenomeno determina la pratica sparizione dell'esperienza della morte
e di ogni suo simulacro dalla scena della vita. Va da sé che la
comunità cristiana non possa avallare una tale cultura così irreale:
nascondere la morte e dimenticare l'anima non rende più allegra la
vita, in genere la rende solo più superficiale. Contribuire, per la
nostra parte, a mimetizzare la morte, affinché il suo pensiero non
turbi, significa favorire anche pastoralmente un approccio scandito
per lo più dalla fretta e dal formalismo. Invece, una perdita
drammatica può essere l'occasione per lasciar emergere
interrogativi, per costringere i protagonisti ad addentrarsi nei
meandri scomodi del mistero, a sperimentare la crisi delle proprie
certezze e delle proprie esuberanze, a meditare sulla possibilità di
dare un'impronta diversa al resto della propria esistenza. Certo,
occorre la prontezza e l'abilità di saper porre rimedio alle
immagini imprecise con cui talora viene immaginato Dio, di raddrizzare
le imputazioni di cui lo si carica a spiegazione dell'imponderabile.
Sono i momenti nei quali ci si rende conto di una certa insufficienza
catechistica, e anche dell'influenza di talune visioni spurie o
paganeggianti. L'annuncio del Dio vero, amante della vita, che non fa
scherzi macabri, il richiamo che con la morte la vita non è tolta ma
trasformata, e che chi è vocato all'altra sponda non ci viene
sottratto ma resta a noi più vicino di prima e ci attende: ecco ciò
di cui c'è bisogno, in una cultura che progressivamente sembra
slittare verso forme post-cristiane: «Dio non ha creato la morte e non
gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per
l'esistenza: le creature del mondo sono sane, in esse non c'è il
veleno della morte» (Sap 1,13). Ma questo implica pure che nella
pastorale ordinaria noi riusciamo a far passare l'idea che
comportarsi bene non è di per sé una garanzia contro il dolore e la
morte. Gesù ha imparato «l'obbedienza dalle cose che patì e, reso
perfetto» (Eb 5,8-9) ha attuato un'opera di redenzione in forza
della quale ogni sofferenza riceve luce. Infatti, per stare in mezzo
ai figli dell'uomo, il Dio cristiano ha scelto la via del Figlio
prediletto che si incarna nella povertà e muore in croce, lui il
Giusto per gli ingiusti: questo è il paradigma che spiega e salva.
«Dio ha creato l'uomo per l'incorruttibilità, lo ha fatto
immagine della propria natura. Ma per l'invidia del diavolo la morte
è entrata nel mondo» (Sap 2, 23-24); questi infatti è «omicida fin
dall'inizio» (Gv 8,44). A partire da qui, con l'aiuto
indispensabile della Parola e dei Sacramenti, noi abbiamo la
possibilità di veder trasformati il lutto e la sofferenza in una
visione più realistica e autentica dell'esistenza, fino ad
intravedere la paternità di Dio e la sua misteriosa provvidenza, a
sperimentare mediante un itinerario anche accelerato – quale la morte
talora induce a compiere – la grazia nella disgrazia. Ma per questo
ci vogliono pastori pronti e non evasivi, comunità cristiane vive,
reattive, affettivamente coinvolgenti, che non tacciono
sull'interezza del disegno che Dio va dispiegando. Morte, giudizio,
inferno e paradiso sono termini non ignoti, non silenziati, non
spiegati secondo categorie falsamente buoniste o erroneamente crudeli.
Rappresentano invece il traguardo da lumeggiare con la Parola
risanatrice di Dio, senza fatalismi o sotterfugi scaramantici. Sono
tappe di una vita che va oltre la morte (cfr 2Cor 4,14) e sfocia nella
vita eterna. Ciò che saremo non sappiamo descriverlo, ma esiste.
«Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono
in cuore d'uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano» (1Cor
2,9). Ecco l'annuncio sconvolgente: «Dov'è o morte il tuo
pungiglione?» (1Cor 15,55; anche Is 25,8 e Os 13,14); e soprattutto:
«Oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,43). Ogni dolore nasconde il
mistero di un dono, di una medicazione benefica, di una risurrezione.
L'idea che la vita sia solo capriccio, solo giovinezza, solo sciupio
di salute e di risorse, solo benessere gaio e spensierato, è falsa e
assurda anzitutto nell'ottica della storia e della scienza. Dobbiamo
bonificare l'immagine della vita per imparare a godere realmente
della stessa. Dobbiamo imparare ad invecchiare, per saper contare i
giorni e apprezzare i doni, e per non sprecare né gli uni né gli
altri (cfr Sal 90,12). Dobbiamo includere anche il camposanto tra i
luoghi cari alla famiglia e alla comunità. Saper visitare il cimitero
– il luogo dei "dormienti" in attesa della resurrezione finale
− e lì pregare, è un modo per bandire il macabro e per esorcizzare
il troppo demonismo della nostra cultura. Le nostre parrocchie abbiano
sempre il cimitero nel perimetro della loro pastorale ordinaria, in
modo che questo non sia un'area separata e ghettizzata, cui
rivolgersi una volta l'anno, ma spazio della vita così concretamente
trascendente da non affievolirsi mai, santuario della memoria che ci
fa vivamente umani, ponte che unisce la comunità cristiana con la
comunione dei suoi Santi già presso Dio. Una realtà −
quest'ultima − «che infonde una dimensione diversa a tutta la
nostra vita» (Benedetto XVI, Saluto all'Angelus, 1 novembre 2009).

6. Altro argomento di cui ci interesseremo nel corso dei nostri lavori
assembleari è l'immagine della Chiesa nella sua proiezione
mediatica, su cui naturalmente io non intendo ora fare anticipazioni,
salvo che per segnalare che questo tema, se vogliamo, entra nello
spettro della estroversione missionaria propria della comunità
cristiana. Ed è il motivo per cui la Chiesa, sulla rotta indicata dal
Concilio, sceglie di entrare in dialogo con i media e di dotarsi essa
stessa di strumenti che la coadiuvino nella sua missione. Ma qui si
annidano anche alcuni motivi di sofferenza, ed è proprio la chiave
della missione a rilevarli nella loro potenziale consistenza. Non di
rado infatti c'è − da una parte − una sottovalutazione del
concreto-essenziale nella vita della Chiesa, di ciò che le consente di
essere nonostante tutte le resistenze e le avversità, e −
dall'altra − la tendenza a far figurare preponderante ciò che non
lo è. Quando si trascura o si ignora il quadro delle priorità nel
quale si collocano i singoli eventi o pronunciamenti – vuoi del
Pontefice, vuoi dell'Episcopato – diventa difficile evitare
rappresentazioni parziali o fuorvianti, critiche ideologiche e
finanche preconcette, letture volte ad attribuire intenzioni o parole
che non hanno motivo di esserci in quei termini. In ogni singola
circostanza, alla Chiesa preme, in nome del Vangelo, partecipare alla
vita del Paese, e portare il proprio contributo nel libero dibattito
culturale e sociale (cfr. Benedetto XVI, Discorso al nuovo
Ambasciatore dei Paesi Bassi, 2 ottobre 2009), lieta e grata di essere
raccontata dai media per gli argomenti che ella attinge dalla fede
come dalla ragione.
Nel prossimo mese di dicembre, e precisamente nei giorni dal 10 al 12,
si svolgerà, sotto l'egida della nostra Conferenza episcopale, un
convegno internazionale su «Dio oggi», che fin d'ora si presenta
come un evento di prima grandezza. Non si parlerà di Dio in modo
generico o convenzionale ma, storicizzando la riflessione maturata a
partire dalla seconda metà del secolo scorso, si tratterà del Dio
personale che in Gesù Cristo è venuto incontro agli uomini,
interpellandoli nella loro intelligenza e libertà. Non tuttavia un
appuntamento soltanto teologico, bensì interdisciplinare, e che oltre
alla filosofia interpellerà la problematica cosmologica e quella
antropologica, per lambire il linguaggio dell'arte, della musica,
della poesia fino al cinema e alla televisione, ossia le varie
espressioni in cui è concretamente rilevabile per l'uomo d'oggi
l'accoglienza di Dio, per ciò che significa nella sua vita e nella
sua visione del mondo. Si spiega così il sottotitolo assai prezioso:
«Con lui o senza di lui, tutto cambia». Siamo grati al Comitato per
il Progetto culturale, e al suo Presidente, per questa iniziativa che
fin d'ora, ne siamo certi, arricchirà tutti, immettendo input nuovi
nei circuiti del pensare colto non solo italiano. Se a questo si
collega il rapporto-proposta che su «La sfida educativa» è stato di
recente pubblicato, e che è ora in via di presentazione nelle singole
regioni, si ha un quadro decisamente confortante del lavoro in corso
su un crinale decisivo della nostra missione nel Paese.

7. Sono vent'anni che l'Europa, in seguito alla caduta del muro di
Berlino, ha ripreso a respirare con entrambi i suoi polmoni, per usare
l'immagine cara a Giovanni Paolo II, e a percorrere con nuova
parresia tutte le strade dell'Europa ormai libera. Cambiamenti
vorticosi si sono succeduti, e difficoltà inedite sono affiorate ad
Ovest come ad Est, dove l'elemento della secolarizzazione ha finito
con l'imporsi quale denominatore comune più rapidamente di quanto si
sia radicato il costume democratico. Sappiamo che alla base del
cammino europeo non vi possono essere solo strategie politiche o
strutture burocratiche, perché le une e le altre – pur necessarie
– non sono sufficienti per scaldare i cuori dei singoli e dei popoli
in ordine a quel senso di cordiale appartenenza che è indispensabile
per sentirsi comunità. L'idea di un'Europa unita si è fatta largo
nella mente e nel cuore dei Padri fondatori congiuntamente alla
constatazione di quanto il Vangelo aveva lungo i secoli inciso e
scavato nella civiltà del vecchio continente. Al punto che di recente
il Papa poteva affermare che: «l'Unione Europea non si è dotata di
questi valori ma sono stati piuttosto questi valori condivisi a farla
nascere e ad essere forza di gravità che ha attirato verso il nucleo
di Paesi fondatori le diverse nazioni che hanno successivamente
aderito a essa, nel corso del tempo» (Benedetto XVI, Discorso al nuovo
Capo Delegazione della Commissione Comunità Europea, 19 ottobre 2009).
Questa annotazione non mira certo a riconoscimenti o condizioni di
privilegio. Lo diciamo anche a fronte della sentenza alquanto surreale
emessa dalla Corte di Strasburgo, a proposito della presenza dei
crocifissi nelle aule scolastiche italiane, nei confronti della quale
bene ha fatto il Governo ad annunciare ricorso. Lungi infatti dal
minacciare le responsabilità educative della famiglia e quelle laiche
di ogni Stato moderno, il crocifisso nella molteplicità dei suoi
significati può suggerire solo valori positivi di inclusione, di
comprensione reciproca, in ultima istanza di amore vicendevole. Ora, a
parte ogni altra valutazione circa il fermo e inalienabile diritto di
ciascun popolo alla propria identità culturale (cfr Benedetto XVI,
Discorso al nuovo Ambasciatore di Bulgaria, 31 ottobre 2009), e dunque
al vincolante rispetto del principio di sussidiarietà che deve
sovrintendere alla dinamica europea, il sorprendente pronunciamento
deve fare riflettere su una certa ideologia che non rinuncia a fare
capolino nelle circostanze più delicate della vita continentale,
quella di un laicismo per cui la neutralità coinciderebbe con
l'assenza di valori, mentre la religione sarebbe necessariamente di
parte. Ma una simile posizione, oltre ad essere un'impostura, non è
mai stata espressa dalla storia e neppure dalla volontà politica degli
europei. C'è piuttosto l'obbligo di registrare qui il tentativo di
rivalsa che esigue minoranze culturali, servendosi del volto
apparentemente impersonale della burocrazia comunitaria, perseguono
sulle libere determinazioni dei popoli. Ma per questa strada si mette
fuori gioco se stessi e l'Europa – necessaria a se stessa e al
mondo - si allontana sempre di più dalla gente. Di qui la perorazione
del Papa: «L'Europa non permetta che il suo modello di civiltà si
sfaldi» (Benedetto XVI, Discorso al nuovo Capo Delegazione cit.), e
insieme un interrogativo: «Cosa potrà accadere se, nell'ansia di
una secolarizzazione radicale, finisse per separarsi dalle radici che
le danno vita?». Con un'aggiunta lungimirante: «Le nostre società
non diventeranno più ragionevoli o tolleranti, ma saranno piuttosto
più fragili e meno inclusive, e dovranno faticare sempre di più per
riconoscere quello che è vero, nobile e buono» (Benedetto XVI,
Discorso con il Corpo Diplomatico, Praga, 27 settembre 2009).
Sradicando l'istanza di verità, si crede di liberare la ragione e
invece «essa finisce per inaridire o sotto la parvenza di modestia,
quando si accontenta di ciò che è puramente parziale o provvisorio,
oppure sotto l'apparenza di certezza, quando impone la resa alle
richieste di quanti danno in maniera indiscriminata uguale valore
praticamente a tutto» (ib). Si ambienta qui l'autocritica che lo
stesso Pontefice aveva già proposto in un indimenticato passaggio
dell'enciclica Spe Salvi, quello che invoca una reciproca
«autocritica dell'età moderna» e del «cristianesimo moderno»,
particolarmente riguardo alla speranza che essi possono offrire
all'umanità (cfr n. 22; cfr anche Benedetto XVI, Discorso Ecumenico,
Praga, 27 settembre 2009). E di qui la rinnovata decisione riguardo al
ruolo insostituibile delle comunità di fede nella vita pubblica del
Continente, come ha con forza richiamato la plenaria del Consiglio
delle Conferenze episcopali d'Europa nel corso dei suoi due ultimi
incontri, di Budapest nel 2008 e di Parigi agli inizi dello scorso
mese di ottobre.

8. Quando si parla di valori noi comprendiamo la preoccupazione di chi
scorge il rischio sempre insorgente di una certa unilateralità.
Rispetto alla quale tuttavia, l'unico antidoto efficace è
riconoscere la visione trascendente della persona e la pari dignità di
tutti gli esseri umani. Se questo avviene, se cioè tale principio si
rivela realmente come il criterio fecondante ogni risorsa e ogni
progetto, ecco che si perverrà ad un «giusto e delicato equilibrio
fra l'efficienza economica e le esigenze sociali, della salvaguardia
dell'ambiente, e soprattutto dell'indispensabile e necessario
sostegno alla vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, e
alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una
donna» (Benedetto XVI, Discorso al nuovo Capo Delegazione cit.). È
questo un modo con cui il Papa ribadisce quelli che sono i valori
profondamente radicati nella struttura dell'essere umano e che già
prima dell'elezione al soglio pontificio aveva chiamato «i principi
etici che per la loro natura e il loro ruolo di fondamento della vita
sociale non sono "negoziabili"» (Congregazione per la Dottrina
della Fede, Nota Dottrinale circa alcune questioni riguardanti
l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, II.
3). E sui quali in seguito sarebbe tornato con una certa insistenza
(cfr Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, 25 dicembre 2005, nn.
230-232; Discorso ai Partecipanti al Convegno del Partito Popolare
Europeo, 30 marzo 2006; Discorso al IV Convegno ecclesiale della
Chiesa in Italia, Roma, 19 ottobre 2006). Proprio parlando per la
prima volta da Papa all'episcopato italiano, egli precisò che la
luce della fede ci fa comprendere in profondità un modello di uomo non
astratto o utopico, ma concreto e storico, che di per sé la stessa
ragione umana può conoscere; e quando la Chiesa lo ricorda non lavora
«per l'interesse cattolico, ma sempre per l'uomo creatura di
Dio» (Discorso all'Assemblea Generale della Cei, 30 maggio 2005).
Nello sviluppo del discorso antropologico avviato dal suo
Predecessore, Benedetto XVI è giunto ora ad identificare il
ragionevole «collegamento tra etica della vita ed etica sociale nella
consapevolezza che non può avere basi solide una società che –
mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e
la pace – si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più
diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto
se debole ed emarginata» (Caritas in veritate, n. 15). Proprio su
questo nesso ci soffermeremo nel corso della nostra assemblea, per
cogliere le nuove evidenze scaturenti dal magistero pontificio. Con
ciò, ci sentiamo in piena sintonia con il cammino che la Chiesa in
Italia è andata compiendo nel dopo Concilio, e in particolare nei suoi
grandi Convegni ecclesiali, ogni volta avvalorati dalla parola di
Pietro. C'è una consolante continuità tra gli stessi, e ognuno di
essi contiene il meglio dell'eredità dei convegni precedenti.
Attestarsi sulle consapevolezze emerse in quegli appuntamenti non
significa introdurre elementi di rigidità o di intolleranza nel
dibattito pubblico. Osserviamo ad esempio che i cosiddetti «principi
non negoziabili» sono non l'opposto della flessibilità, ma la
condizione di essa. Si può essere flessibili su tutto ciò che chiede
una mediazione, da perseguirsi all'occorrenza fino allo spasimo, solo
se si sa tenere integro quello che più conta, ciò che è condizione
perché il resto avvenga. Forse ogni società non riconosce degli «a
priori» che le consentono di affermare se stessa lungo il tempo, di
avere un passato, un presente e un futuro? Anche Giovanni Paolo II,
parlando al Convegno ecclesiale di Loreto, esortò la nostra Chiesa ad
operare in una società diventata ormai pluralista «con umile coraggio
e piena fiducia nel Signore» recuperando «un'efficacia trainante,
nel cammino verso il futuro» (Giovanni Paolo II, Discorso al II
Convegno ecclesiale della Chiesa in Italia, 11 aprile 1985). Indicava
già allora una meta certo ardimentosa ma sicuramente non inappropriata
o stonata, se si tiene a mente che ogni società ha bisogno di idee-
guida etico-culturali per crescere senza perdersi, mantenendosi salda
in se stessa. Questa spinta storico-concreta tuttavia può scaturire e
verificarsi solo se c'è un'alimentazione continua
dell'interiorità, dunque un lavoro assiduo sulla via lunga
dell'evangelizzazione e della formazione delle coscienze. La nostra
Chiesa non presume di sé, punta solo ad essere fedele: per questo si
affida al suo Signore, impegnandosi in una conversione continua, e
così risultare – come il Vangelo esige − lievito e luce per la
società.
In questa prospettiva, sia consentito esprimere qualche riserva su due
problemi. Il primo riguarda il via libera concesso dall'Aifa, infine
e nonostante tutto, alla pillola Ru486. Per nessuno la nostra radicale
riserva vuol suonare come una mancanza di rispetto o di stima, e
tuttavia non possiamo non dire che l'intera operazione volta a
rendere fruibile la controversa pillola non ci ha convinto né come
cittadini né come pastori. A questo punto, ciascuno naturalmente si fa
carico delle proprie responsabilità circa gli effetti concreti sulla
salute delle persone che vi ricorreranno ed il rispetto delle
condizioni minime che sono state a fatica riconosciute come
indispensabili per la sua assunzione. Nello stesso tempo non si potrà
non riconoscere, come già fa la legge 194, la possibilità
dell'obiezione di coscienza agli operatori sanitari, compresi i
farmacisti e i farmacisti ospedalieri, che non intendono collaborare
direttamente o indirettamente ad un atto grave. In queste nostre
osservazioni non c'è alcuna sottovalutazione del dramma in cui può
trovarsi la donna, in particolare quando il pensiero di interrompere
la gravidanza dovesse presentarsi per motivi legati alla condizione
economica. Chiediamo anzi a ciascuno, uomo o donna, di accettare di
farsi carico responsabilmente dei propri atti, specie quando questi
coinvolgono esseri innocenti. La seconda questione riguarda la
ventilata ipotesi dell'ora di religione islamica. Non è in
discussione, come pure si è detto da qualche parte, la libertà
religiosa di chicchessia, ma la peculiarità della scuola e le sue
specifiche finalità che − in uno Stato positivamente laico − sono
di ordine culturale ed educativo. Infatti, l'insegnamento di
religione cattolica, com'è noto, non è un'ora di catechismo,
bensì un'occasione di conoscenza che si vuole «assicurare» circa
quei «principi del cattolicesimo» che «fanno parte del patrimonio
storico del popolo italiano» (Accordo di revisione del Concordato
Lateranense, art. 9). Conoscenza che è indispensabile in ordine ad una
convivenza più consapevole e matura.
Un auspicio sia consentito esprimere per quanto riguarda i fondi
destinati al sistema dell'istruzione non statale, cioè alla scuola
libera: ci si augura infatti che le cifre inizialmente previste con
decurtazioni consistenti, possano essere prontamente reintegrate in
modo da consentire agli enti erogatori dei servizi di mantenere gli
impegni già assunti.

9. Un'ultima parola vorrei riservarla al clima politico e mediatico
in cui si trova, per la verità non da oggi, il nostro Paese. Si
registra infatti un'aria di sistematica e pregiudiziale
contrapposizione, che talora induce a ipotizzare quasi degli
atteggiamenti di odio: se così fosse, sarebbe oltremodo ingiusto in
sé e pericoloso per la Nazione. In ogni caso, si impone una decisa e
radicale svolta tanto nelle parole quanto nei comportamenti,
diversamente verrebbe prima o poi ad inquinarsi il sentire comune, con
conseguenze inevitabili in termini di sfiducia e disaffezione verso la
cosa pubblica, e un progressivo ritiro dei cittadini nel proprio
particolare. La gente, con i suoi problemi, ha il diritto di cogliersi
al primo posto rispetto alle preoccupazioni rimbalzanti dal dibattito
sia pubblico che privato. È necessario e urgente svelenire il clima
generale, perché da una conflittualità sistematica, perseguita con
ogni mezzo e a qualunque costo, si passi subito ad un confronto leale
per il bene dei cittadini e del Paese intero. Davvero ci piacerebbe
che, nel riconoscimento di una sana − per quanto vivace −
dialettica, inseparabile dal costume democratico, si arrivasse ad una
sorta di disarmo rispetto alla prassi più bellicosa, che è anche la
più inconcludente. Ci rendiamo conto che il compito esige sì da parte
di ciascuno un supplemento di buona volontà come di onestà
intellettuale, ma anche il superamento di matrici ideologiche che
sembrano talora rigurgitare da un passato che non vuole realmente
passare.
Le tragedie per cause naturali che ciclicamente colpiscono il
territorio nazionale – come non andare ancora una volta col nostro
pensiero all'Abruzzo e a Messina? − invocano una disponibilità da
parte di tutte le forze politiche a scelte risolutive sulle annose
questioni che rendono debole il sistema-Italia, sistema che invece
oggi come non mai dovrebbe rivelarsi scattante per cogliere al balzo i
cenni di uscita dalla crisi e potenziarli, così da accorciare le
sofferenze che la situazione dell'economia mondiale ha finito per
scaricare sulle categorie più deboli, specialmente sul fronte del
posto del lavoro. Il Paese deve tornare a crescere, perché questa è
la condizione fondamentale per una giustizia sociale che migliori le
condizioni del nostro Meridione, dei giovani senza garanzie, delle
famiglie monoreddito. Il nostro popolo, che tanti sacrifici ha
affrontato e affronta, gradirebbe davvero uno scatto in avanti nel
segno della risolutezza e del superamento delle campagne denigratorie
come delle polemiche strumentali. Ciascuno, ripeto, è chiamato in
causa in quest'opera d'amore verso l'Italia: è una
responsabilità grave che ricade su tutti, in primo luogo sui molti
soggetti che hanno doveri politico-amministrativi, economico-
finanziari, sociali, culturali, informativi. La Chiesa è presente con
la parola del Vangelo che da un capo all'altro del Paese risuona come
un continuo richiamo e un lieto annuncio. Una creatività operosa, una
collaudata professionalità, una generosità solidale qualificano
solitamente l'apporto italiano ovunque si esplichi nel mondo, ben
oltre gli stereotipi ingenerosi. Dobbiamo essere fieri e grati per
quanto le generazioni precedenti la nostra hanno fatto con ammirevole
spirito di sacrificio e senso di grande responsabilità, avendo nel
cuore non solamente il miglioramento delle loro condizioni di vita, ma
anche il desiderio di consegnare ai propri figli un futuro più
vivibile e degno, impostato sul benessere come su valori morali
autentici e solidi. Sono questi, infatti, che formano l'anima di un
popolo, la sua identità profonda. Che inducono a quel senso di
appartenenza che agisce sull'intelligenza e sul cuore, creando dunque
cultura e storia. E consentendo a ciascuno di sentirsi parte di un
«noi». A cominciare da qui si genera una coscienza comune in grado di
superare gli interessi particolaristici, e si sprigionano energie
insospettate insieme a slanci di generosità e dedizione che
arricchiscono le persone prima ancora che la comunità. Questo
patrimonio, senza il quale non esiste popolo ma solo un incrocio di
destini individuali talora anche confliggenti, non può essere sciupato
né progressivamente eroso per ragioni solo apparenti e magari
speciose. La nostra Chiesa non si riconosce in una «religione civile»
a servizio di qualche potere, ma si identifica nella missione che le è
stata affidata, quella di annunciare a tutti il mistero di Cristo con
le implicazioni che ne conseguono sul piano antropologico, etico,
cosmologico e sociale. A questo titolo partecipa alla costruzione
della città terrena, testimoniando la fede che salva ed eleva
l'umano in tutte le sue potenzialità. Come credenti, anche pagando
di persona, non cesseremo di gettare ponti a superamento
dell'intolleranza e dell'incomunicabilità, senza mai stancarci di
riannodare, a partire da ogni territorio, relazioni fondate sulla
riconciliazione e sulla fraternità (cfr Benedetto XVI, Discorso
all'Udienza del Mercoledì, 14 ottobre 2009).

Grazie, Confratelli cari, del Vostro paziente ascolto e ora dei Vostri
attesi contributi. Ci affidiamo alla preghiera e all'amicizia
dell'uno verso l'altro, per rispondere insieme alla richiesta di
amore che ci viene in vari modi rivolta. Chiediamo allo Spirito di
illuminare i nostri pensieri e guidare le nostre deliberazioni. Maria
Santissima, nostra dolce Madre, San Francesco d'Assisi e Santa
Chiara, i Santi patroni delle nostre Chiese intercedano per noi e per
queste nostre giornate.

Card. Angelo Bagnascor


Inviato da iPhone

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San Silvestro


Il vescovo Gianni Ambrosio ha conferito a Carlo Musajo Somma di Galesano l'Ordine di San Silvestro.

Posted by ShoZu

giovedì 5 novembre 2009

Ambrosio: il cristiano ha il dovere di affermare la propria fede

Diocesi Piacenza Bobbio
Ufficio stampa


Assemblea del Consiglio
Presbiterale Diocesano

Si è riunito questa mattina, giovedì 5 novembre, nella Sala degli Affreschi di Palazzo Vescovile, il Consiglio Presbiterale Diocesano per analizzare il percorso finora compiuto dalla Missione popolare diocesana e per valutare alcune proposte in ordine all’anno sacerdotale fatte dalla Commissione per la formazione del clero. Ha presieduto i lavori il vescovo mons. Gianni Ambrosio; ha coordinato don Federico Tagliaferri.
Dopo l’approvazione del verbale della seduta precedente, in apertura il Consiglio ha ascoltato alcune comunicazioni del vicario generale mons. Lino Tagliaferri sulla vita diocesana. Il Consiglio Presbiterale si è riunito l’ultima volta il 7 maggio e in questo periodo sono morti tre sacerdoti (don Melfi, mons. Pozzi e don Tiramani); il 13 giugno sono stati ordinati quattro sacerdoti; il 12 settembre vi è stata l’ordinazione episcopale di mons. Corbellini e il 3 ottobre vi sono state due ordinazioni diaconali. Nello stesso periodo è stata autorizzata l’esperienza di “sacerdote eremita” che padre Devis Rocco ha già iniziato a Montezago - Tabiano. Ha preso avvio in Alta Val Nure la visita del Vescovo ai Sacerdoti.

MISSIONE POPOLARE DIOCESANA. E’ stata poi la volta della Missione popolare diocesana, tema introdotto da una relazione del vicario episcopale per la pastorale mons. Giuseppe Busani. La proponiamo in sintesi.
La missione è “un cantiere dello Spirito”, nasce “dall’azione dello Spirito che imprime lo stesso dinamismo di ‘apertura all’altro’ nella vita dei credenti e della Chiesa. La Missione è una questione di ‘attenzione e di interesse’ per l’altro”. (...)
“L’obiettivo centrale della Missione Popolare è riportarci come popolo di Dio a contatto con la Sorgente. Per questo la nostra Chiesa ‘si ferma’ per lasciarsi formare da Colui che è l’unica sorgente di ogni forma di vita buona e di ogni riforma. La Chiesa espone se stessa ad un rinnovamento per porsi in modo evangelico-apostolico in rapporto al mondo”.
La missione – ha affermato mons. Busani - è una risorsa, non un problema. “La Missione non è un’attività pastorale in più, ma una grazia... La Missione non è un problema in più, ma è una risorsa: invita la Chiesa a ritrovare in ogni suo atto freschezza, vitalità, passione per l’altro”
Come è stato più volte sottolineato, la relazione di mons. Busani è relativa al primo anno e in questo senso la proposta principale consiste nell’invito a partecipare a tre ritiri. “E’ un invito rivolto a tutte le forze vive dell’Unità Pastorale”. I ritiri si svolgeranno nelle Unità pastorali con la finalità di aiutare a vivere ‘esercizi di cristianesimo’, cioè: riscoprire la familiarità orante con la Parola attraverso la scoperta e l’esercizio di forme percorribili e praticabili popolarmente”. (...)
Rispetto alla proposta iniziale vi sono stati alcuni cambiamenti. “... si è preferito spostare l’attenzione dall’impegno a reperire nel cammino della ‘Chiesa in Missione’ 5000 missionari, al coinvolgimento dell’intero popolo di Dio a partire dagli operatori pastorali. Perciò ai tre ritiri del 2010 saranno invitati tutti gli operatori e collaboratori parrocchiali, ma sollecitando la partecipazione di altre persone aperte a iniziare un cammino...”.
Il relatore si è poi soffermato sul compito del Moderatore: “Verifica l’opportunità o necessità di svolgere il ritiro insieme ad un’altra UP.. Istituisce l’équipe dei formatori-animatori avvalendosi prima di tutto della collaborazione di quei membri della propria unità pastorale che hanno partecipato ai tre sabati di ottobre. Ma per garantire la presenza di un numero sufficiente di ministeri al servizio della Parola, della preghiera e della comunione, in molti casi risulterà necessario coinvolgere altre persone dell’Unità Pastorale. Valuta la necessità di chiedere aiuti esterni all’UP. Entro il 17 novembre presenterà alla Segreteria Diocesana MPD le date dei ritiri e l’équipe degli animatori delle rispettive Unità Pastorali. Il primo ritiro si svolgerà da gennaio a marzo”.
Richiamato anche il compito dell’equipe dei formatori. “L’équipe dei formatori-animatori: è una equipe ministeriale composta da persone che lavorano insieme e pongono i loro carismi al servizio dell’esperienza del Ritiro e delle attività tra un ritiro e l’altro. Fissano insieme al Moderatore le date dei ritiri, il programma (giorni e orari), il luogo, l’accoglienza. Si impegnano a garantire lo stile e la realizzazione dei punti cardine del ritiro”.
Per la missione è stato predisposto un apposito servizio diocesano. “Nell’ufficio pastorale - ha precisato mons. Busani - è al lavoro una equipe che, potendosi ormai avvalere di un più ampio gruppo di animatori, si preoccuperà di offrire alcuni strumenti per i momenti di ritiro e potrà coordinare il percorso unitario. In particolare potrà preparare: percorsi sul Vangelo di Luca e schede di ‘lectio’ sul Vangelo di Luca per giungere alla “familiarità orante con la Parola”; modelli di celebrazione per i diversi momenti del ritiro; repertorio di canti della MPD; e, se richiesto, potrà indicare persone per guidare la ‘lectio’ ”.
Sono stati richiamati i prossimi appuntamenti diocesani: domenica 10 Gennaio in Cattedrale, il Vescovo presiederà l’Eucaristia di Indizione della MPD; domenica 18 aprile: ritiro al mattino dei ragazzi nelle UP con raduno e nel pomeriggio celebrazione eucaristica presieduta dal Vescovo al centro diocesi.
In chiusura un richiamo del significato della qualifica “popolare”: “Non è missione ‘al’ popolo, ma missione che ha tutto il popolo di Dio come soggetto. Popolare significa attenta a evitare ogni tipo di ‘sequestro corporativo’, ma impegnata a promuovere la corresponsabilità delle persone di tutte le età e condizioni di vita: dai ragazzi agli anziani, dagli ammalati ai carcerati. Popolare significa poi attenta alla religiosità del popolo, a ciò che è inscritto nella sensibilità religiosa e che si sperimenta nelle esperienze religiose più sentite dal popolo( nascita, morte, malattia…). La MPD non si svolgerà per settori e per età, ma coinvolgerà il popolo nel suo insieme; una attenzione particolare verrà data però, oltre che ai ragazzi, agli anziani e agli ammalati. La Missione popolare è ‘diocesana’, è il filo conduttore della pastorale di tutta la diocesi per il prossimo triennio. Il Vescovo è il promotore della MPD, gli Uffici pastorali, i moderatori delle UP, i parroci sono e i primi animatori della Missione. I circa 70 formatori, convocati per tre giornate di formazione nel mese di ottobre, sono chiamati a essere corresponsabili della MPD in modo creativo, propositivo e soprattutto comunionale. Ma la missione è popolare!”.

La relazione di mons. Busani è stata seguita da un ampio dibattito che ha richiamato l’attenzione su alcuni aspetti: la necessità di essere sempre aggiornati, il coinvolgimento dei preti (questo tema ha visto emergere posizioni diverse mentre tutti sono stati concordi nel sottolineare la disponibilità dei laici), attenzione al mondo dei giovani e necessità di recuperarne il protagonismo, valorizzare in alcuni casi la comunicazione di massa, porsi la questione degli immigrati verso i quali non vi è solo il problema dell’assistenza ma sopratutto quello del confronto religioso (e si tratta di un mondo molto diversificato che va - ad esempio - dagli ortodossi ai musulmani; il settore richiede conoscenza e competenza), il problema della trasmissione del cristianesimo (oggi non viene più trasmesso ma vi è solo dibattito), come trasmettere la fede e da qui il problema dell’educazione... .
Un tema ricorrente, con riferimento anche a fatti di cronaca, è stato quello del rapporto con minoranze che si contrappongono alla visione cristiana, spesso in modo polemico. E’ il tema del dialogo. Ci si deve mettere solo in ascolto? Si deve rispondere a queste provocazioni e come? Su questo tema - emerso da diversi interventi - si è soffermato il Vescovo, nel suo ampio intervento conclusivo. Mons. Ambrosio ha ribadito il problema dell’educazione che deve sempre restare anche nella missione. Per quanto riguarda il dialogo, importante è l’ascolto, ma il Vescovo ha sottolineato come negli ultimi decenni la situazione sia cambiata. Resta importante il momento dell’ascolto, ma il cristiano ha anche il dovere di affermare la propria fede. “A volte è necessario anche rispondere”. “Occorre prendere atto che c’è stato un cambiamento – ha sottolineato mons. Ambrosio - e cercare insieme una risposta. L’ascolto non è più sufficiente”.

FORMAZIONE PRESBITERI. E’ stata poi la volta della commissione per la formazione del clero che ha avanzato alcune proposte “sulla figura del presbitero, in questo anno sacerdotale, a partire dalle suggestioni provocate dall’avvio della Missione popolare”.
In particolare sono stati proposti tre ritiri spirituali rispettivamente nella prossima primavera, nell’autunno del 2010 ed un terzo nei primi mesi del 2011. Si è posto, però, il problema del rapporto con gli abituali ritiri già programmati, o in fase di programmazione, nei vicariati: il Consiglio ha deciso che nei mesi di gennaio – febbraio del prossimo anno sia data la precedenza ad un grande ritiro diocesano riservandosi di tornare sull’argomento per le altre scadenze.

Don Battiato lascia la Santissima

Comunicato della Cancelleria vescovile


Con Atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 5 novembre 2009 al M. R.
Sac. Fabio Galli, finora vicario parrocchiale presso la parrocchia di Nostra
Lourdes in Piacenza, è stato conferito l’incarico di collaboratore nel
servizio pastorale presso la parrocchia di Sant’Antonio a Trebbia in
Piacenza.

Con Atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 5 novembre 2009 al M. R.
Sac. Fabio Battiato, finora vicario parrocchiale presso la parrocchia della
SS. Trinità in Piacenza, è stato conferito l’incarico di collaboratore nel
servizio pastorale presso la parrocchia di Santa Maria Assunta in Borgonovo
Val Tidone, Provincia di Piacenza, ed inoltre di collaboratore nell’ambito
dell’Unità Pastorale.

domenica 1 novembre 2009

Morto a Montreal don Tiramani

E' morto ieri pomeriggio a Montreal, in Canada, dove svolgeva il proprio
ministero, pur restando incardinato nella nostra diocesi, don Arturo
Tiramani. Missionario per gli emigrati, don Tiramani è stato fino a due anni
fa parroco della parrocchia italiana di Notre Dame de la Consolata di
Montreal, mantenendo sempre i contatti con la nostra diocesi. La notizia
della sua morte è giunta a Piacenza solo oggi pomeriggio.
Era nato il 2 gennaio 1931 a Morfasso; era stato ordinato sacerdote il 4
giugno 1955 ed aveva iniziato il servizio pastorale nel 1956 come curato di
Seminò; nel 1960, con lo stesso incarico, era passato a Castelsangiovanni ;
il 15 dicembre 1961 era stato nominato parroco di Gambaro per passare il 12
novembre 1970 alla guida della parrocchia di San Lazzaro Alberoni. Il 15 aprile 1980 rinuncia alla parrocchia e parte per Montreal, in Canada,
per prestare servizio con gli scalabriniani nella parrocchia della Madonna
di Pompei; il 16 ottobre 1992 diventa parroco della parrocchia di Notre Dame
de la Consolata, sempre in Montreal. Un paio d'anni fa aveva rinunciato
all'incarico per motivi di salute, pur restando sempre in parrocchia. I
funerali saranno celebrati martedì prossimo, alle ore 11 (ora locale), nella
chiesa di di N.D. de la Consolata; la salma sarà tumulata nel cimitero della
stessa comunità.
La diocesi di Piacenza lo ricorderà giovedì prossimo con una Messa,
presieduta dal Vescovo e concelebrata da confratelli dello scomparso, alle
ore 18,30, nella cripta della cattedrale; una Messa in suffragio sarà
celebrata anche domenica prossima nella chiesa di San Lazzaro Alberoni, alle
ore 11.

venerdì 30 ottobre 2009

Morto in Kenya monsignor Pozzi, aveva 101 anni

E' morto all'ospedale Aga Kan di Nairobi (Kenya) mons. Domenico Pozzi. Nato
a Castelsangiovanni il 9 luglio 1908, è stato ordinato sacerdote il 28
febbraio 1931. E' stato insegnante in seminario, curato in Sant'Antonino e
addetto alla Curia. Arciprete a Polignano nel 1939, nel 1949 con lo stesso
titolo è passato a Cortemaggiore. Ha rinunciato alla parrocchia il 1° maggio
1977 ed è partito missionario per il Kenia, restando sempre incardinato nel
clero diocesano. Il 29 novembre 1985 è stato nominato Cappellano di Sua
Santità.
Quanto ha fatto questo sacerdote nel Paese africano è noto. Alle ore 12,30
di oggi, quando è giunta a Piacenza ha notizia della sua morte, il vicario
generale mons. Lino Ferrari (il Vescovo è in alta Val Nure per la visita ai
sacerdoti) ha dichiarato: "E' terminato il lungo e fecondo cammino terrestre
di mons. Domenico Pozzi, decano del nostro Presbiterio. Lo accompagniamo con
la preghiera fraterna e riconoscente per il bene che ha seminato con il suo
ministero e il suo esempio, nella certezza che il Signore lo ha già accolto
tra i suoi 'servi fedeli'. In data da stabilire il vescovo mons. Gianni
Ambrosio presiederà una S.Messa di suffragio a Cortemaggiore". Da quanto apprendiamo da confratelli che gli erano vicini, mons. Pozzi aveva
già predisposto perchè il suo corpo fosse tumulato nel centro missionario
africano dove ha operato per tanti anni.

Morto monsignor Domenico Pozzi

Dossier Caritas-Migrantes, l'immigrazione in Emilia Romagna

EMILIA ROMAGNA
Dossier Statistico Immigrazione 2009


L a s t o r i a d e l l ’ i m m i g r a z i o n e i n r e g i o n e
In Emilia Romagna il saldo migratorio ha cambiato segno,
nel corso degli anni ’70, grazie ai flussi migratori provenienti dall’estero che si sono concentrati,
come altrove in Italia, nelle maggiori cttà. È un fenomeno che ha interessato
soprattutto Bologna, capoluogo e prima porta d’accesso in regione per un almeno un
decennio.
I flussi in entrata erano dovuti sia a motivi di studio universitario e alla tradizionale
accoglienza nei confronti di profughi politici (in particolare da America Latina, Grecia,
Eritrea) e rappresentanti di movimenti di liberazione, sia alle prime carenze di offerta nel
lavoro domestico e di assistenza alle persone. Ma è soprattutto dagli inizi degli anni ’90
che l’immigrazione straniera è risultata funzionale nel colmare le carenze dell’offerta di
forza lavoro nei sistemi economici regionali, in particolare quelli caratterizzati dalla piccola
e media impresa. Una dinamica particolarmente attrattiva hanno giocato i distretti
industriali regionali, come quello ceramico di Sassuolo, metalmeccanico di Modena e
biomedicale di Mirandola.
La presenza di immigrati in regione si è inizialmente sviluppata lungo la cosiddetta
“ Via Emilia”, nei capoluoghi di provincia, sia in direzione di Modena e Reggio Emilia sia
in direzione della costa romagnola. Una presenza che, in breve tempo, ha coinvolto
anche i centri minori, mentre sul finire della seconda metà degli anni Novanta ha
cominciato a interessare anche i comuni dell’Appennino.
Pur in questo contesto di immigrazione diffusa, si è osservata una concentrazione sia
delle residenze sia degli avviamenti al lavoro nelle aree provinciali di Modena, Reggio e
Bologna. Le direttrici dell’insediamento possono essere spiegate dalla disponibilità di
abitazioni e dalla diffusione delle presenze industriali di piccole e medie imprese. In
ragione della prima spiegazione si osserva che spesso il comune di residenza degli immigrati
stranieri non coincide con quello di lavoro. Sin dalle prime fasi, infatti, si è delineata
una differenziazione negli insediamenti a seconda del tipo di percorso migratorio: i
nuclei familiari si concentrano prevalentemente (anche se non esclusivamente) nei centri minori,
mentre le persone senza nucleo familiare al seguito tendono a concentrarsi
nei centri maggiori.
Negli ultimi otto anni, l’incremento medio degli stranieri residenti è risultato di oltre il
17%, mentre la quota di donne immigrate ha oltrepassato quella maschile alla fine del
2008. In questi anni si è anche registrata una crescita sostenuta di bambini stranieri
nelle scuole di ogni ordine e grado.

Una p r e s enza s emp r e p iù c ons o l idata e di f f u s a

La dinamica della presenza di cittadini stranieri in regione appare chiaramente da un
dato: dal 1993 al 2008 i residenti stranieri sono passati da 43.085 a 421.482. Ciò significa,
in termini di incidenza percentuale sul totale della popolazione, che si è passati
dall’1,1% al 9,7%.
Si tratta di una presenza la cui consistenza numerica tende quindi ad aumentare.
Come è stato evidenziato in un recente rapporto regionale, “i ritmi di crescita della
popolazione straniera in Emilia-Romagna sono rallentati rispetto al boom degli anni
novanta quando gli incrementi sfioravano il 20% annuo, ma mostrano comunque valori
medi annui attorno al 10%” (vd. Osservatorio regionale sul fenomeno migratorio - ER,
L’immigrazione straniera in Emilia Romagna, Bologna, Clueb, 2009, p. 10). Va aggiunto
che l’ingresso nell’Unione Europea di Romania e Bulgaria ha influenzato la crescita dei
regolari ingressi di immigrati stranieri in regione.
Se si considerano i dati sui permessi di soggiorno (che non comprendono quelli scaduti
e in attesa di rinnovo) si può avere un’idea delle tendenze in atto. Al 31 dicembre
2008, su un totale regionale di 186.306 titolari di permessi di soggiorno, le province
che presentano maggiore numerosità sono quelle che hanno dimostrato, come già
detto, maggiore capacità d’attrazione: Bologna (35.305), Modena (35.291), Reggio
Emilia (34.603), che insieme totalizzano il 56,5% del totale regionale. Da tale punto di
vista, queste province confermano anche per il 2008 una presenza straniera ormai consolidata.
Ciò è confermato dal fatto che si tratta delle province in cui, nel corso di quell’anno,
il numero dei permessi rilasciati ha rappresentato il 61,3% del totale regionale
(27.103). Ciò è avvenuto con la seguente distribuzione territoriale: Bologna 6.121,
Reggio Emilia 5.699 e Modena 4.794.
A queste province del “consolidamento” della presenza straniera fanno da contraltare
quelle in cui la pressione immigratoria tende al “riequilibrio”. Sono i dati sulle residenze
a mostrarcelo, nella misura in cui registrano, rispetto a quelli sui flussi relativi ai permessi
di soggiorno, la presenza stabile degli stranieri in regione. Rispetto all’anno precedente,
nel 2008 le province in cui si è registrato un aumento dei residenti stranieri superiore
alla media regionale (15,3%) sono quelle di Ravenna (17,8%), Parma (17,5%), Piacenza
(16,6%), Ferrara (16,6%) e Rimini (16,1%). Il quadro che si chiarisce ulteriormente riferendosi
a un arco di tempo più ampio: dal 2004 al 2008, a fronte di un aumento media
regionale del 63,9%, le province che registrano valori superiori sono quelle di Ferrara
(94,7%), Ravenna (82,7%), Piacenza (76,8%), Forlì-Cesena (74,4%) e Parma (65,9%).
Al dicembre 2008, la distribuzione provinciale del totale regionale dei residenti stranieri
è così articolata: Bologna (20,6%), Modena (18,1%), Reggio Emilia (14,1%),
Parma (10,9%), Ravenna (8,7%), Forlì-Cesena (8,3%), Piacenza (7,9%), Rimini (6,2%) e
Ferrara (5,2%).

Come già rilevato, dal 2007 al 2008 la percentuale di donne sul totale dei residenti
stranieri è passata dal 49,4% al 50,1%. Ciò conferma la tendenza, già osservata alla fine
degli anni ’80, verso un riequilibrio nella composizione per genere, che soprattutto nelle
prime fasi è legato all’aumento dei ricongiungimenti familiari.
Riguardo alla composizione per nazionalità dei residenti, nel 2008 non si riscontrano
cambiamenti significativi rispetto all’anno precedente. Considerando i primi 10 paesi di
provenienza – che nell’insieme totalizzano il 68% circa del totale regionale –, al primo
posto si conferma il Marocco (circa il 15%) e a seguire troviamo ben cinque paesi
dell’Europa dell’Est: Albania e Romania (entrambi col 13% circa), Ucraina (attorno al
5%), Moldova (circa il 4%) e Polonia (attorno al 3%). Fra le altre nazionalità presenti
con quote significative troviamo la Tunisia, la Cina, il Pakistan e l’India.
Guardando al dato relativo al genere, si può notare che i paesi che presentano una
percentuale di donne superiore alla media regionale sono quelli dell’Est Europa, quali
l’Ucraina (81,2%), la Polonia (73,8%), la Moldova (68,5%) e la Romania (54%). Questo
dato permette di riferirsi all’altro fenomeno che più di recente ha contribuito al riequilibrio
di genere: l’aumento dei flussi migratori provenienti dai paesi dell’Est Europa, dovuti
sia a contingenze economiche (vedi il caso dell’Albania) sia a fattori politici (come nel
caso dei paesi dell’ex Jugoslavia e dell’ex Unione Sovietica). A complemento di tali considerazioni
va tenuto conto che, nel 2006, su un totale nazionale di 35.766 concessioni di
cittadinanza, quasi il 10% ha riguardato stranieri residenti in Emilia Romagna (in valore
assoluto 3.521). La regione si trovava al secondo posto dopo la Lombardia (quasi il
15%, pari a 5.263 casi).

L ’ i n s e r i m e n t o l a v o r a t i v o

Come si è visto, sin dall’inizio della storia regionale dell’immigrazione i lavori svolti
dagli immigrati sono risultati indispensabili sia allo sviluppo del sistema produttivo e dei
se vizi, soprattutto nel settore manifatturiero (operai generici e specializzati) e delle attività
domestiche e di cura (le cosiddette “badanti”), sia in settori come l’agricoltura e l’edilizia.
Secondo i dati dell’Inail, nel 2008 i lavoratori nati all’estero e occupati in regione
ammontano a 302.003, di cui 125.396 (il 41,5%) sono donne. Si tratta del 18,8% del
totale degli occupati; un dato di poco inferiore alla media delle regioni del Nord Est
(19,3%) e comunque superiore alla media italiana (15,5%).
La distribuzione per provincia ricalca sostanzialmente quella dell’insieme dei lavoratori,
in linea coi dati relativi alle residenze, con una maggiore concentrazione nelle province
di Bologna (22,2%), Modena (17,4%) e Reggio Emilia (11,8%), in cui nel complesso
è presente il 51,4% del totale regionale di questi lavoratori. Ravenna, Rimini e Forlì contano
presenze che oscillano intorno al 10%; valori inferiori si registrano per quanto
riguarda le province di Parma (8,6%), Piacenza (6,4%) e Ferrara (4,8%).
Guardando alla composizione per genere, la percentuale di lavoratrici sul totale degli
occupati stranieri registra valori più alti rispetto alla media regionale (41,5%) nelle province
di Rimini (54%), Ferrara (50,8%) e Ravenna (44,5%). Ciò è dovuto al fatto che in
tali realtà sono più diffuse sia le imprese nel campo alberghiero e della ristorazione sia il
lavoro stagionale nell’agricoltura, settori nei quali è sempre più presente la forza lavoro
femminile, caratterizzata soprattutto da lavoratrici provenienti dai paesi dell’Est Europa.
Questa connotazione femminile potrebbe dare conto di quanto prima osservato,
rispetto alla tendenza al “riequilibrio” delle presenze, in particolare nelle province romagnole.
In tali contesti territoriali, la presenza femminile proveniente dell’Est Europa
potrebbe anche essere il presupposto per un futuro radicamento, soprattutto nella
misura in cui ne scaturisse il ricongiungimento sia di nuclei familiari “spezzati”, dove l’altro
genitore – il padre – vive nel paese d’origine, sia di famiglie monogenitoriali costituite
da donne sole con figli.
Tali considerazioni inducono alla necessità di analizzare la dinamicità del mercato del
lavoro regionale riguardo agli inserimenti lavorativi degli stranieri. Da questo punto di
vista, dai dati Inail si osserva che in Emilia Romagna nel corso del 2008 sono stati assunti
144.588 lavoratori stranieri, quasi il 30% del totale degli assunti. Essendo state 141.681
le cessazioni del rapporto di lavoro, il saldo è stato positivo di 2.907 unità. Analoghe
considerazioni possono essere fatte per il sottoinsieme dei lavoratori nati in paesi non
comunitari (128.580 assunzioni contro 125.624 cessazioni).
Anche la distribuzione territoriale dei lavoratori stranieri che nel 2008 sono entrati per
la prima volta nel mercato occupazionale mette in evidenza le province in cui si è verificato
il loro maggiore inserimento, confermando quanto già detto a proposito della
maggiore dinamicità osservata per le province romagnole. D’altra parte, proprio
Modena, pur essendo tra le province che in Emilia Romagna hanno avuto sempre una
particolare capacità d’inserimento, ha registrato un valore inferiore a quei contesti dinamici,
con un saldo tra assunzioni nette (22.092) e cessazioni nette (22.451) che alla fine
del 2008 è risultato negativo. Tale peculiarità territoriale può essere letta anche alla luce
del fatto che la crisi del mercato immobiliare, che ha colpito le economie più avanzate,
ha avuto delle ricadute negative (in termini di vendite e di produzione) sul settore delle
piastrelle, le cui unità produttive sono concentrate nelle province di Modena e Reggio
Emilia (vd. Banca d’Italia, L’economia dell’Emilia Romagna nell’anno 2008).
Per quanto riguarda i settori d’impiego, nel 2008, secondo le elaborazioni della Banca
d’Italia su dati Inail, il 26,7% dei lavoratori dipendenti regolari stranieri è stato occupato
nel settore manifatturiero, mentre in quello delle costruzioni è stato il 13,6%; in quello
degli alberghi e ristoranti il 12,9%. Si è anche osservata “una marcata specializzazione
degli immigrati nel comparto agricolo, nelle costruzioni e nelle attività di alberghi e
ristoranti, con una quota in questi settori circa doppia rispetto a quella degli italiani. Al
contrario – secondo il rapporto della Banca d’Italia – gli immigrati sono relativamente
meno presenti nei servizi professionali e in quelli della Pubblica amministrazione, istruzione
e sanità”. Per quanto concerne le mansioni svolte, rispetto agli italiani gli stranieri
risultano prevalenti nei lavori generici non qualificati nell’industria e nell’edilizia, nelle
collaborazioni con famiglie e convivenze, nelle attività agricole e in quelle di pulizia e
lavanderia.
Il rapporto della Banca d’Italia, riprendendo i dati del SILER (il Sistema Informativo
Lavoro dell’Emilia Romagna), pone anche in luce l’esistenza di alcune differenze nelle
attività lavorative per area di provenienza. Ad esempio, “risulta elevata la specializzazione
dei lavoratori cinesi, rispetto agli italiani, nell’industria manifatturiera e soprattutto
nel settore tessile, mentre le persone originarie del sub continente indiano sono maggiormente
utilizzate nel comparto agricolo e negli allevamenti”.

L ’ e s p e r i e n z a i m p r e n d i t o r i a l e

Secondo i dati elaborati dalla Cna, aggiornati al maggio 2009, in Emilia Romagna
sono presenti 22.360 imprese con titolare straniero, le quali costituiscono circa il 12%
del totale nazionale. Si tratta di una realtà che si conferma in crescita, se si tiene conto
che, sempre secondo la Cna, al giugno 2008 le imprese individuali registrate in regione
risultavano 20.316.
È interessante rilevare che più della metà delle imprese con titolare straniero è presente
nelle province di Reggio Emilia, Bologna e Modena, confermandosi anche per questo
aspetto aree del “consolidamento” della presenza immigrata.
In quali paesi sono nati questi imprenditori? Secondo i dati della Cna, circa il 66% del
totale si distribuisce tra Albania (15,6%), Marocco (14,4%), Cina (12,9%), Tunisia
(12,6%) e Romania (10,7%). Più della metà del totale delle imprese è presente nel settore
delle costruzioni, che si è sviluppato in regione proprio grazie alla propensione
all’imprenditorialità di lavoratori albanesi (25,6% del totale di tali aziende), tunisini
(20%) e romeni (16%), i quali hanno saputo valorizzare le proprie competenze acquisite
nel corso di precedenti esperienze di lavoro. Il secondo settore è quello del commercio
(21,6%), in cui prevalgono imprenditori marocchini (27,7% del totale di queste
imprese) e cinesi (16,9%). Il terzo è quello manifatturiero (15% del totale), di cui più
della metà è costituita da imprese con titolare cinese (54,5%).
La maggiore presenza nelle province del “consolidamento” può essere spiegata alla
luce di una recente ricerca, in cui si mostra che l’esperienza imprenditoriale degli immigrati
si è sviluppata in regione proprio in ragione della tendenza alla stabilizzazione insediativa
nelle loro strategie migratorie. Risulta superata, nella percezione di questi ultimi,
la temporaneità della propria condizione e, nel contempo, cambiano le aspettative relative
al lavoro, soprattutto allorché entrano in gioco non solo aspirazioni a un maggiore
guadagno, ma anche alla mobilità sociale, al miglioramento delle proprie condizioni di
lavoro, ecc. (vd. C. Marra, “Immigrati imprenditori e distretti industriali. Una ricerca in
Emilia Romagna”, in Materiali di discussione, Dipartimento di Economia Politica –
Università di Modena e Reggio Emilia, n. 594, 2008).

L a s c u o l a

Anche nell’anno scolastico 2008/2009 l’Emilia-Romagna si è confermata la regione
con la più elevata incidenza degli iscritti non italiani sul totale degli studenti. Di fatti, con
72.585 studenti stranieri, su un totale di 569.631 iscritti, è stata raggiunta la percentuale
del 12,7%, precedendo nell’ordine l’Umbria (12,2%), la Lombardia (11,3%) e il
Veneto (11,0%). A livello nazionale, invece, l’incidenza è pari al 7%. Nello specifico,
valori superiori alla media regionale si riscontrano nelle scuole primarie (14,5%) e nelle
scuole secondarie di primo grado (14,2%).
La crescita degli alunni stranieri continua a ritmi sostenuti. Quattro province della
regione hanno superato il 13%; precisamente: Piacenza (16,2%), Reggio Emilia
(14,9%), Modena (14,0%) e Parma (13,2%), mentre Bologna si attesta su un valore
pari al 12%. Come sempre, la Romagna e Ferrara registrano percentuali inferiori alla
media.
Le nazionalità più presenti ricalcano il quadro generale delle residenze in regione: al
primo posto troviamo il Marocco con il 19,3%; segue l’Albania con il 15,3%, poi la
Romania con l’8,7%, mentre più staccate Tunisia, Cina e Moldavia (tra il 4 e il 5% ciascuna).
Di particolare interesse, infine, risulta il dato relativo agli studenti stranieri nati in Italia:
essi sono 28.690, rappresentando quasi il 40% della popolazione scolastica straniera a
livello regionale.

L e p o l i t i c h e d e l l a R e g i o n e

La Regione Emilia-Romagna prosegue da un decennio la propria programmazione di
i n t e rventi per l’integrazione sociale dei cittadini stranieri.
La cornice normativa di riferimento è stata meglio precisata e definita dalla legge
regionale n. 5/2004 e dall’approvazione di due programmi triennali di attività: il primo,
varato nel febbraio 2006, ha coperto il triennio 2006-2008; mentre il secondo, varato
nel dicembre 2008, coprirà il triennio 2009/2011.
Il secondo programma triennale ha come obiettivo la coesione sociale, partendo dalla
consapevolezza riguardo al contributo degli immigrati al lavoro e alla ricchezza regionale
(11,3% del PIL nel 2006), ma anche del loro crescente apporto al gettito contributivo
e fiscale.
Sul versante programmatico la Regione Emilia-Romagna ha operato una scelta su 3
obiettivi strategici:
- la promozione dell’apprendimento e dell’alfabetizzazione della lingua italiana, per
favorire i processi di integrazione e consentire ai cittadini stranieri una piena cittadinanza
sociale e politica;
- la promozione di una piena coesione sociale, attraverso processi di conoscenza e
mediazione da parte di stranieri immigrati e italiani;
- la promozione di attività di contrasto al razzismo e alle discriminazioni.
Accanto alla ridefinizione degli obiettivi strategici, nel corso degli anni si è assistito a
un’evoluzione degli strumenti della programmazione regionale.
Dopo una prima fase impostata su una programmazione a base prevalentemente
provinciale, dal 2004 la programmazione in materia di immigrazione è essenzialmente
confluita nei Piani sociali di zona di ambito distrettuale (previsti dalla legge nazionale
328/2000) con un apposito programma finalizzato. Nella più recente programmazione
2008-2009 si è proceduto alla costituzione del Fondo Sociale Locale, che ha sostanzialmente
superato la logica dei programmi finalizzati, a favore di percentuali minime di
spesa, da garantire nei vari settori (e dunque anche per quanto concerne le politiche di
integrazione degli immigrati) in ogni ambito distrettuale.
Negli ultimi anni questa programmazione è stata accuratamente monitorata (i testi
completi dei vari monitoraggi sono consultabili visitando il sito internet www.emiliaro -
magnasociale.it, alla voce immigrazione). Il monitoraggio più recente riguarda i tre programmi
finalizzati regionali del 2008:
- il primo, relativo alla programmazione di ambito distrettuale, rivolto agli immigrati
stranieri e ai richiedenti asilo nelle 38 zone sociali dell’Emilia-Romagna e che ha visto
la definizione di oltre un centinaio di progetti esecutivi;
- il secondo, relativo alla programmazione finalizzata a realizzare il progetto “Oltre la
Strada”, consiste in interventi a sostegno dei programmi di assistenza e di integrazione
sociale a favore delle vittime di sfruttamento sessuale (art. 18 D. Lgs 286/98 e
art. 13 L. 228/03);
- il terzo, relativo alla programmazione di livello provinciale, ha ripartito le risorse
direttamente alle amministrazioni provinciali per azioni di coordinamento ed ha portato
alla definizione di una quarantina di progetti.
Dal punto di vista della partecipazione alla realizzazione dei progetti si evidenzia
un’oggettiva ricca presenza di soggetti del privato sociale, delle istituzioni scolastiche e
delle parti sociali. Infatti, i progetti esecutivi che vedono unicamente coinvolti gli Enti
locali risultano essere una minoranza: soltanto 10 su 136. I progetti che vedono formalmente
indicata almeno la presenza di un’istituzione scolastica risultano essere 64, il
coinvolgimento delle Aziende sanitarie è previsto in 42 progetti e i soggetti appartenenti
al Terzo Settore sono coinvolti in 111 progetti esecutivi. Si conferma, inoltre, la collaborazione
con le Questure e le Prefetture (indicate in 18 progetti) e con l’associazionismo
promosso dai cittadini stranieri (42 associazioni).
Dall’analisi degli interventi finanziati emerge che nel 2008 la programmazione si è
concentrata sulle seguenti aree principali:
- il consolidamento di centri specializzati e informativi per cittadini stranieri (20% delle
risorse);
- l’attivazione di interventi in ambito scolastico rivolti ai minori: alfabetizzazione, laboratori,
accoglienza di famiglie, sostegno allo studio (16% delle risorse);
- interventi a favore di vittime di sfruttamento sessuale, secondo l’art.18 del D. Lgs
286/98 (10% delle risorse);
- la realizzazione di attività specifiche di mediazione interculturale (9% delle risorse);
- il sostegno a interventi per facilitare l’accesso ai servizi: percorsi formativi di aggiornamento
per operatori, realizzazione di guide e opuscoli multilingue (7% delle risorse);
- il sostegno a percorsi di rappresentanza e partecipazione pubblica (Consulte, Forum
ecc.), nonché all’associazionismo promosso dai cittadini stranieri (6% delle risorse);
- la predisposizione di corsi lingua italiana per adulti (3%).

sabato 24 ottobre 2009

A Venezia si corre per Africa Mission

Anche Alex Zanardi a sostegno di “Run For Water, Run For Life”. Il campione, che parteciperà domenica alla 24ª Venicemarathon nella categoria handbike, ha deciso infatti di mettere all’asta online il body speciale che indosserà al fine di devolvere il ricavato a favore del progetto che coinvolge Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo. L’obiettivo di “Run For Water, Run For Life”, lo ricordiamo, è di raccogliere fondi per la costruzione di nuovi pozzi per l’acqua potabile nell’arida regione ugandese del Karamoja, dove il Movimento piacentino opera da anni. All’iniziativa è legato anche un sms solidale: fino a lunedì 26 ottobre è possibile infatti donare 1 euro inviando un SMS al numero 48583 da cellulare personale Tim, Vodafone e Wind e da telefono fisso Telecom Italia abilitato al servizio messaggi. Il contributo è di 2 euro con una chiamata allo stesso numero da rete fissa Telecom Italia.

In questi giorni Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo è presente con due stand alla fiera Exposport, che precede la Venicemarathon e che è stata inaugurata giovedì. Presso il primo stand, che si trova all’interno della struttura espositiva, a fronte di un piccolo contributo sono a disposizione dei visitatori prodotti artigianali ugandesi, oltre che i braccialetti “Run for Water, Run For Life”. Il secondo stand, collocato all’esterno, è costituito da un lungo corridoio fotografico con immagini scattate da Prospero Cravedi durante il suo ultimo viaggio in Uganda e da un pannello artistico realizzato da 15 ragazzi della classe IV Architettura del Liceo Cassinari di Piacenza. Dal 2006 è stata avviata infatti una collaborazione con la scuola piacentina, e ogni anno gli studenti, insieme al professor Giovanni Gobbi, realizzano un lavoro artistico che richiama all’SMS solidale. Presso lo stand, inoltre, tutti i maratoneti e i loro accompagnatori, hanno la possibilità di lasciare un messaggio su un grande pannello, intitolato “Dedicati all’Africa”, che verrà inviato nei primi mesi del 2010 in Uganda a simboleggiare il legame che unisce Cooperazione e Sviluppo e A.S.D. Venicemarathon Club.
Ricordiamo che ad Africa Mission verrà devoluta anche una parte del ricavato delle due Family Run, le corse non competitive che si tengono il giorno prima della Maratona vera e propria, in programma domenica, 25 ottobre (la manifestazione verrà trasmessa in diretta da RaiTre a partire dalle ore 9,20). All’evento partecipano anche Oscar Pistorius, che ha tagliato il nastro di inaugurazione di Exposport e che “debutterà” nella Family Run di 3,5 km, e Alex Zanardi, testimonial del progetto Bimbingamba, a favore del quale è stata promossa una raccolta fondi. Come dicevamo, Zanardi ha inoltre fortemente voluto che andasse a favore di “Run For Water, Run For Life” il ricavato dell’asta online del body, realizzato ad arte da “Rudy Project”, che indosserà per la gara. Un gesto, quello del grande campione di sport e di vita, che va al di là del valore economico e che testimonia stima e fiducia nei confronti dei progetti di Africa Mission - Cooperazione e Sviluppo, in questo caso in particolare per la perforazione di pozzi in Karamoja

giovedì 22 ottobre 2009

Nomine, don Guarnieri referente per gli esercizi spirituali

Con Atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 21 ottobre 2009 il M.R. Antonelli don Stefano è stato nominato amministratore parrocchiale della parrocchia di San Pietro Apostolo in Saliceto, Comune di Cadeo, Provincia di Piacenza, resasi vacante in seguito a trasferimento ad altra sede dell’ultimo titolare il M.R. Cattadori don Francesco.
Con Atto proprio dell’Ordinario diocesano in data 21 ottobre 2009 il M. R. Guarnieri don Gianmarco è stato nominato delegato diocesano della FIES (Federazione Italiana Esercizi Spirituali), in sostituzione del M.R. Stabellini don Mauro.

lunedì 19 ottobre 2009

Il testamento di don Melfi

Non capita molto spesso che un testamento spirituale venga reso pubblico. I familiari di don Melfi lo hanno invece inviato su internet e alla stampa perché se ne conservi futura memoria. Noi lo riproponiamo così come lo ha scritto lo stesso sacerdote recentemente scomparso.

TESTAMENTO SPIRITUALE
Ai miei cari parrocchiani di Zerbio Gropparello Corneliano e ai carissimi amici di San Giorgio
Raccomando di pregare per me.
Le mie spoglie mortali resteranno nel cimitero dell’ ultima parrocchia che mi è stata affidata e cioè nel cimitero di Corneliano.
Cari fanciulli, anziani, ammalati, giovani collaboratori, vi ho amati fino alla morte.
Cari fedeli tutti, grazie per avermi sempre aiutato, ascoltato, perdonato, chiedo perdono a tutti e mi affido alla vostra bontà e alla misericordia di Dio.
Amate sempre il Signore e amatevi fra voi.
Accogliete con amore seguite e collaborate con il nuovo Pastore che Dio vi darà.
Vi aspetto tutti nel regno di Dio.
Ricordatevi che l’anima vive dopo la morte, in Dio.
Provvedete a salvarla.
Con la grazia di Dio voglio vivere la mia vita e affrontare la mia morte:
Nella fede in Dio Padre, che ha continuamente cura di me
Nella fede di Gesù Cristo, che è morto e risorto per me e vive nel mio cuore
Nella fede dello Spirito Santo che mi da gioia e forza
Nella fede della Santa Madre Chiesa Cattolica
Nell’amore al Papa e al Vescovo e a tutti i cari sacerdoti
In pace con tutti i parrocchiani con tutti i parenti nessuno escluso
Un ringraziamento particolare porgo al mio carissimo fratello Don Angelo, cui va la mia stima e il mio affetto:
Per le sue premure verso di me
Per la sua aggiornata cultura (dottorato in pedagogia)
Per il suo impegno pastorale nella scuola e in parrocchie disagiate
Per aver restaurato le strutture parrocchiali, opere di fede dei nostri antenati
Il mio grazie cordiale si estende alla buona Maria al caro Vito e a tutti i fratelli, i nipoti e ai parenti tutti.
Un grazie riconoscente alle generose persone collaboratrici della mia vita quotidiana:
La mia cara mamma con nipoti Giulia Rita Luisa e Angioletta, a Tegoni Anna, a Maggi Italina a Silvana Quintieri.
A Varani Giovanni , Varani Giuliano Fabio ed Enzo
e ancora a Lugani Giulia che si prende cura continua del sottoscritto.
Grazie a tutto il personale del seminario di Bedonia che mi accolse fanciullo,
grazie a tutti i superiori del collegio Alberoni,
grazie ai parrocchiani di Santa Teresa, Caorso, Varone, Zerbio, Gropparello San Giorgio e Corneliano,
ove ho svolto il mio ministero.
Grazie a tutti coloro che mi hanno offerto aiuto, amicizia e preghiere.
Il Signore vi ricompensi con le sue benedizioni.

Arrivederci presso Dio

venerdì 16 ottobre 2009

Morto don Giulio Melfi

E' morto nelle prime ore di oggi pomeriggio, venerdì 16 ottobre, nella sua abitazione di San Giorgio, don Giulio Melfi. Nato a Varone di San Pellegrino Parmense il 21 maggio 1926, è stato ordinato sacerdote il 2 aprile 1949. Ha iniziato il servizio pastorale come curato a Caorso per passare, nel 1952, con la stessa qualifica, a Varone; due anni dopo era curato nella parrocchia cittadina di Santa Teresa; nel 1955 è delegato vescovile a Zerbio; poi parroco nel 1959. Il 1° agosto 1977 il Vescovo lo nomina parroco di Gropparello dove rimane fino al 26 ottobre 2001 quando rinuncia alla parrocchia. Del 1° novembre 2000 è la nomina ad amministratore parrocchiale di Corneliano, incarico che teneva tuttora. E' stato anche insegnante di religione nelle scuole medie superiori.

I funerali verranno celebrati lunedì prossimo, alle 14,30, nella chiesa parrocchiale di San Giorgio e saranno presieduti dal vescovo mons. Gianni Ambrosio.La salma sarà tumulato el cimniterio di Corneliano. Lo aveva chiesto lui stesso in una recente lettera inviata al vicario generale mons. Lino Ferrari.

"Veramente a questa piccola parrocchia mi sono fortemente affezionato - scriveva lo stesso sacerdote - per molti motivi, anche perché ho trovato una équipe di collaboratori che, all'occorrenza senza presbitero, recitano il S.Rosario nel mese di maggio, svolgono la via Crucis in Quaresima, celebrano la liturgia della Parola con distribuzione della S.Comunione. I medesimi distribuiscono volantini e visitano le altre famiglie. A questa parrocchia mi sono affezionato tanto che ho acquistato un loculo nel cimitero di Corneliano, con l'intenzione di restare a Corneliano in vita e in morte".

mercoledì 14 ottobre 2009

Giornate sociali europee/ Ambrosio: la solidarietà è il futuro comune dell'Europa

Rientrato da Danzica, dove ha partecipato, in rappresentanza della Comece (organismo che raggruppa gli episcopati europei), alle giornate sociali europee il vescovo mons. Gianni Ambrosio ha espresso la sua piena soddisfazione per questo primo incontro europeo promosso dai Vescovi cattolici nella città polacca dove, il 1° settembre 1939, i colpi di cannone sulla Westerplatte diedero inizio al più sanguinoso conflitto mondiale, con oltre 60 milioni di morti. “La ricerca di riconciliazione che emerse da quella tragedia ha fatto crescere il progetto di libertà, pace e progresso che é divenuto l’Unione Europea”.

“Abbiamo riflettuto - ricorda mons. Ambrosio - sul significato della solidarietà e sul suo futuro in Europa. Alla luce del Vangelo e del Magistero sociale della Chiesa cattolica, intendiamo così offrire il nostro contributo per la promozione del bene comune in Europa. Noi pensiamo che la nostra generazione sia chiamata a raccogliere nuovamente la sfida della costruzione di una strategia per il bene comune, basata sul principio: ‘Mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri’. (Gal 5,13) Tale principio esige dalle istituzioni sociali il rispetto degli spazi per l’azione autonoma, affinché ogni persona possa realizzare pienamente il proprio potenziale. Tutto ciò richiede che le nostre istituzioni siano permeate dai principi di solidarietà e di sussidiarietà.

“Tale strategia necessita di una democrazia giusta, che può funzionare solo con il concorso responsabile di tutti. I comportamenti egoistici, l’utilitarismo e il materialismo devono lasciare spazio alla condivisione, come è stato ampiamente dimostrato dall’attuale crisi economica. La solidarietà deve farsi principio guida per l’azione economica. La dignità inalienabile della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, deve essere rispettata. Così come quella dello straniero che bussa alla nostra porta e delle future generazioni.

“Viviamo in società che hanno sviluppato molto la coscienza dei diritti individuali, fino a coltivare la pretesa di non avere alcuna responsabilità che verso sé stessi. E’ necessario ribadire che la solidarietà è un dovere costitutivo per ciascuno di noi e che solo a questa condizione i diritti non si trasformano in arbitrio.

“Non dobbiamo avere paura: la solidarietà è il nostro futuro comune. L’unità dell’Europa era il sogno di alcuni. E’ divenuta una speranza per molti. Oggi è nostro dovere far si che continui a servire l’obiettivo di una solidarietà globale. Dobbiamo evitare di cedere allo scoraggiamento o ad un nuovo nichilismo. Dobbiamo avere più fiducia nella capacità di ogni persona di contribuire a dare forma ad una Europa basata sui valori”.

Mons. Ambrosio a questo proposito, con gli altri vescovi europei, sottolinea che la solidarietà significa un impegno personale e collettivo in tre direzioni:

“Solidarietà tra le generazioni: promuovere e proteggere la famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, creando le condizioni per consentire ai genitori di allevare i propri figli e conciliare la vita famigliare e lavorativa; implementare una politica comune europea per l’immigrazione e l’asilo, riconoscendo la dignità umana di ogni migrante, con diritti e doveri conseguenti, che sono la base della loro integrazione; riorientare i nostri stili di vita e la crescita economica per ridurre la nostra impronta ecologica e il consumo di risorse naturali non rinnovabili, e assicurare così un pianeta ancora abitabile alle future generazioni.

Solidarietà tra i cittadini europei: mettere l’economia a servizio di tutti, riconoscendo il valore del lavoro umano, in tutte le sue forme, remunerato o volontario; adattare l’economia sociale di mercato europea alle nuove sfide; proteggere i più vulnerabili, accrescere la giustizia sociale e le pari opportunità per ciascuno in seno alle nostre società, assumendo misure più efficaci per ridurre la povertà e l’esclusione sociale; promuovere una politica di regolazione dei mercati finanziari a livello dell’Unione europea e sostenere le strutture di governance a livello internazionale.

Solidarietà tra l’Europa e il resto del mondo: rispettare la parola data nei confronti dei paesi in via di sviluppo e promuovere il co-sviluppo con i paesi più poveri, in particolare con l’Africa; sviluppare ulteriormente le pratiche del commercio equo, sia a livello nazionale che europeo; promuovere la pace e la giustizia, basata sul rispetto della dignità dell’uomo, dei diritti umani e in modo particolare della libertà religiosa”.

Per consentire il raggiungimento di questi obiettivi da Danzica è venuto l’invito ad operare affinché i Bilanci degli Stati e dell’Unione europea si adeguino. Tutti i cittadini europei che condividono queste prospettive si impegnino personalmente per la loro realizzazione ed assumano anche le necessarie responsabilità politiche ai rispettivi livelli.

“La chiamata allo sviluppo integrale delle persone e dei popoli - sottolinea mons. Ambrosio richiamando quanto affermato anche dagli altri Vescovi - è una vocazione che ci precede e ci costituisce. In quanto Cristiani coltiviamo l’apertura alla trascendenza, per accogliere il dono della fraternità e affidarci alla Provvidenza di Dio e diventarne così suoi strumenti, anche se ciò debba richiedere il sacrificio personale. L'Europa ha bisogno di uomini e donne adeguatamente formati, con le braccia aperte per accogliere l’altro in nome di Gesù Cristo e costruire insieme relazioni e istituzioni di solidarietà, a servizio degli uomini del nostro tempo e avendo a cuore le generazioni future. Noi vogliamo anche continuare a dialogare e lavorare con gli uomini e le donne di convinzioni diverse per il perseguimento del bene comune”.

lunedì 12 ottobre 2009

Un sms per una goccia d'acqua

Riparte la ‘maratona solidale’ che vede impegnati la Ong piacentina Africa Mission – Cooperazione e Sviluppo e la Venicemarathon Trofeo Casinò di Venezia per la costruzione di pozzi d’acqua potabile in Uganda attraverso il progetto Run for Water, Run For Life – Correre per l’Acqua e Correre per la Vita.

Da domenica 11 fino a lunedì 26 ottobre si potrà quindi aiutare gli abitanti dell’arida regione del Karamoja (Nord-Est dell’Uganda) mandando un sms solidale al numero 48583 al costo di 1 euro, oppure telefonando da rete fissa Telecom Italia al costo di 2 euro. Hanno aderito al progetto anche quest’anno le principali compagnie telefonica nazionali come, Telecom Italia, Vodafone, Tim e Wind.

Altri canali di raccolta fondi verranno poi attivati nel corso della 24° Venicemarathon Trofeo Casinò di Venezia di domenica 25 ottobre, come il ricavo netto della vendita dei pettorali delle due Family Run, le corse non competitive dedicate ai ragazzi che si svolgono il giorno prima della maratona, le donazione spontanee all’atto dell’iscrizione alla maratona e il ricavato dalla vendita di prodotti artigianali di Cooperazione e Sviluppo all’interno dell’area espositiva della maratona.

La Maratona di Venezia sposò il progetto della Ong Piacentina nel 2006 e da quel giorno insieme hanno donato da bere a 7.512 beneficiari diretti, attraverso la costruzione di 6 fonti d’acqua pulita e la riattivazione di 3 esistenti ma non più funzionanti.
Uno dei due pozzi costruiti quest’anno è stato realizzato solo grazie alla vendita di 7.000 magliette tecniche realizzate congiuntamente da Radio Deejay e Venicemarathon, vendute durante i giorni di Exposport dello scorso anno.
Oggi sono sei i villaggi e tre le scuole, nella Regione del Karamoja, che hanno accesso al bene più prezioso della terra, grazie a chi ha deciso di correre anche per una buona causa.

sabato 10 ottobre 2009

Il vescovo incontra gli studenti

La Messa di inizio anno scolastico sarà celebrata martedì 13 ottobre 2009,
alle ore 15, in Duomo e sarà presieduta da mons. Gianni Ambrosio. Al termine
della celebrazione il Vescovo incontrerà docenti e dirigenti in episcopio.
"Si tratta di un'occasione preziosa, - precisa il responsabile dell'ufficio
diocesano per la pastorale scolastica diacono Giovanni Marchioni - per tutti
coloro che vivono nel mondo della scuola, per ritrovarsi in comunione, uniti
nella preghiera e nella consapevolezza di quanta responsabilità sia
necessaria nell'apprendere e nell'insegnare".

Dalla Provincia 12mila euro al fondo diocesano anticrisi

Il vescovo Gianni Ambrosio ha ricevuto in visita ufficiale il presidente della Provincia Massimo Trespidi. All’incontro hanno presenziato il vicario generale Lino Ferrari e il direttore della Caritas diocesana Giuseppe Chiodaroli. Durante l’incontro, che ha avuto anche una parentesi riservata, si è parlato, in particolare, del Fondo straordinario diocesano di solidarietà promosso dalla Diocesi per aiutare le famiglie colpite dalla crisi economica. Il vescovo ha ringraziato il presidente Trespidi per quanto l’Ente di via Garibaldi ha già fatto: la Giunta provinciale, a titolo personale, come primo gesto di solidarietà subito dopo l’insediamento, ha infatti donato la somma di 12.210 euro. Da parte sua il presidente Trespidi ha manifestato la volontà di mettere a bilancio, per il prossimo anno, un ulteriore contributo al Fondo diocesano in quanto lo ritiene uno strumento utile per intervenire in modo concreto nelle situazioni di bisogno; inoltre si sta rivelando una scelta con una spiccata vocazione educativa in quanto tende a responsabilizzare i destinatari degli aiuti. Il presidente Trespidi ha anche parlato con il vescovo Ambrosio di altri due argomenti. E’ intenzione della Giunta provinciale sostenere le scuole paritarie presenti sul territorio provinciale in quanto operanti in un contesto di libertà educativa a cui intende ispirarsi la nuova Amministrazione provinciale; il presidente della Provincia ha pure manifestato la volontà di sostenere la rete degli oratori parrocchiali per la validità della loro proposta educativa.

Nomine, padre Rocco a Montezago

Con atto proprio dell’Ordinario Diocesano in data 23 settembre 2009 il M. R. padre Devis Rocco ocd, carmelitano scalzo, professo e sacerdote della Provincia Lombarda, è stato nominato amministratore parrocchiale della parrocchia di San Biagio Vescovo e Martire in Montezago, Comune di Lugagnano Val d’Arda, provincia di Piacenza.

Dalla Curia Vescovile

Piacenza, 7 ottobre 2009

martedì 6 ottobre 2009

Il vescovo Ambrosio a Danzica per la Comece

Il vescovo mons. Gianni Ambrosio partecipa alle "Giornate sociali cattoliche per l'Europa" in programma a Danzica, Polonia, dall'8 all'11 ottobre prossimi. Si tratta di un primo appuntamento del genere che vedrà riuniti seicento delegati, molti giovani, provenienti da tutti i Paesi europei. Mons. Ambrosio interviene come esponente della Comece (organismo che riunisce gli episcopati europei); con lui altri due vescovi italiani: mons. Arrigo Miglio di Ivrea, presidente del comitato scientifico delle Settimane Sociali (vi fa parte anche mons. Ambrosio) e mons. Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi, presidente della Caritas ittaliana.

Mons. Gianni Ambrosio, che in altre occasioni non ha mancato di manifestare le sue perplessità sull'attuale situazione dell'Europa, questa volta partecipa alle giornate di Danzica con molte speranze. "Mi attendo molto - precisa con decisione - perchè le Giornate Sociali si avvalgono dell'apporto di tutte le Chiese cristiane ed anche perchè vi è una larga partecipazione dei giovani. Penso che da Danzica si possa rilanciare la casa comune europea che ultimamente ha potuto contare anche sul referendum irlandese".

Mons. Ambrosio, alla vigilia della sua partenza per la città polacca, parla pure della necessità che l'Europa trovi la sua dimensione di carità e di solidarietà, che riscopra - in altre parole - la sua anima cristiana.
L'ottimismo del Vescovo deriva anche dalla scelta della sede di queste Giornate Sociali: Danzica è una città dal forte significato siombolico. Qui nel 1939 ha avuto inizio la seconda guerra mondiale; qui nel 1989 vi è stata la fine del regime comunista nell'Europa centrale e dell'Est; qui nel 1979 vi è stata la prima visita del Papa Giovanni Paolo II al suo paese natale, visita dalla quale ebbe origine proprio a Danzica il movimento sociale Solidarnosc, destinato ad unire milioni di polacchi.

Comunicato stampa diocesi di Piacenza-Bobbio

Oratori, servono più risorse dai Comuni

Ci sono ambiti dell’agire sociale per i quali il lavorare “in rete” non è una strategia, ma una necessità. Uno di questi è certamente l’ambito educativo. Sempre più spesso ne sentiamo parlare, ci interroghiamo e facciamo analisi, si abbozzano ipotesi per il futuro, si tentano nuove strade. Tutto importante. Non dobbiamo però dare per scontato che i nuovi problemi necessitino unicamente di nuove risposte. A volte la tradizione e la buona prassi di alcune esperienze vengono dimenticate o, per lo meno, non valorizzate nel giusto modo.
Nel marzo del 2005 il Comune di Piacenza e la Diocesi di Piacenza-Bobbio firmarono un Protocollo d’Intesa per la promozione e la valorizzazione della funzione sociale ed educativa degli oratori e dei centri di aggregazione parrocchiali. La firma di questo protocollo non ha avuto solo il grande merito di riconoscere il lavoro, importante anche sul piano sociale, che svolgono le parrocchie nei confronti dei giovani, ma anche di stimolare i responsabili e gli educatori degli oratori e dei centri di aggregazione parrocchiali ad elevare la qualità della loro proposta.
La bontà di questo protocollo appare proprio nella duplice valenza che dovrebbe avere ogni collaborazione tra pubblico e privato: riconoscimento e sostegno dell’azione del privato, da un lato, ma anche continuo stimolo al suo miglioramento, dall’altro.
Possiamo dire che in questi cinque anni il Protocollo d’intesa ha dato esiti decisamente positivi.
Il numero e la qualità dei progetti sono aumentati progressivamente durante questi cinque anni. Sono stati presentati progetti di formazione rivolti a giovani e genitori, progetti di aggregazione sociale e culturale, progetti di laboratorio teatrale e musicale, progetti di prevenzione primaria e universale per giovani e genitori; tutti progetti collocati nell’orizzonte pastorale, ma non riducibili a quest’ultimo.
Anche il numero delle persone coinvolte in questi progetti è andato via via aumentando: in totale, tra giovani, educatori e genitori, circa 6000 persone.
Dal 2005 le parrocchie coinvolte nell’orizzonte aperto dal Protocollo d’intesa sono state 20 e i progetti per i quali il Comune di Piacenza ha erogato i contributi previsti dal Protocollo stesso sono stati 54. Nel primo anno, il 2005, il contributo messo a disposizione dal Comune è stato di 15.000 euro, mentre dal 2006 il contributo è salito a 20.000. Il totale, quindi, dei contributi erogati in questi cinque anni è di 95.000 euro a fronte di una richiesta di 275.000 euro; i contributi erogati alle parrocchie a fronte dei progetti presentati sono stati quindi il 34% dei contributi richiesti.
Siamo consapevoli che la ricaduta positiva di questi accordi non deve essere valutata solo a livello finanziario; non sono i soldi che rendono creativo e significativo un progetto. E’ innegabile, però, che i mezzi agevolano la qualità degli interventi messi in campo.
Presumibilmente il prossimo anno aumenteranno sia le parrocchie sia i progetti presentati e quindi il numero di giovani potenzialmente raggiunti. Lo scorso anno il nostro Vescovo ha posto la “sfida educativa” al centro dell’attenzione della nostra comunità diocesana. Da parte loro le parrocchie si stanno impegnando con rinnovato entusiasmo, investendo risorse umane ed economiche. Il settore, che nel passato ha conosciuto momenti di grande vitalità, ha poi affrontato una parentesi di crisi dovuta a cambiamenti strutturali a cui è andata incontro anche la società piacentina. Ora si sta verificando un’inversione di tendenza e pertanto siamo grati a tutti coloro che si impegnano a sostenere i nostri sforzi, tra l’altro sempre più impegnativi.
La nostra speranza è che il circolo virtuoso innescato dalla firma del Protocollo d’Intesa nel 2005 non si interrompa, ma si incrementi, nella consapevolezza che, in ambito educativo, il mettersi “in rete” è decisivo.
Il consiglio direttivo dell’Associazione Oratori Piacentini.
Il presidente don Fabio Galli.